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Il Canto del Sole - Valter Casagrande

IL CULTO DEL SOLE E GLI ALBORI DELLE ILLUSIONI -  IL CANTO DEL SOLE

Il tuo sguardo, il tuo luminoso sorriso, il tuo caldo abbraccio, aprono tutte le porte alla vita, rischiarano gli orizzonti più cupi ridando colore alle assenze e voce alle essenze. Tu che osservi dall'alto il tuo frutto rimani con noi sena dubbi, senza una pausa voluta o un'esitazione impensata e tutto sarà, come sempre, soltanto certezza

Dall’alba della storia l’umanità ha fondato, sul potere creativo del sole, le sue culture, le sue credenze e le sue espressioni artistiche, dall’architettura alla letteratura, dalla filosofia alla religione, allo sport, al folklore, alla danza e alla musica. Variamente denominato, il sole era visto dalle culture antiche come il cuore di tutti i fenomeni, il simbolo della Verità, l’occhio della giustizia e dell’eguaglianza, la fonte della saggezza e della compassione, il guaritore delle malattie fisiche e spirituali e, soprattutto, la sorgente prima della vita, della fecondità, della crescita e dell’abbondanza. I nostri antenati associarono istintivamente il sole alla natura, invocandolo nelle feste agricole e nei riti della fertilità, mentre i grandi re e i conquistatori si identificarono con l’astro del giorno per assicurarsi la lealtà dei sudditi. La cultura del sole è dunque da sempre profondamente radicata nella vita di tutti i giorni. A partire dal 10.000 a.c. la storia è piena di graffiti o scritture che rappresentano il rispetto e l’adorazione verso il Sole. Per gli antichi il Sole doveva sembrare la prova tangibile dell'esistenza di una divinità, anzi il Sole doveva sembrare una divinità stessa, posta in lontananza, che guardava gli uomini dall'alto, non poteva essere guardato direttamente ed era visibilmente qualcosa di superiore e potente. Ogni giorno il Sole sorge, porta luce e calore salvando l’uomo dal freddo, dall’oscurità e dai predatori notturni nel buio della notte, regalando cioè la vita. Tutto questo per millenni ha reso il Sole l’oggetto più adorato di tutti i tempi. Nasce l'eliolatria..

GLI DEI DEL SOLE: UNA STORIA COMUNE

Horus è il Dio Sole dell’Egitto, risalente all’anno 3000 avanti Cristo. È la divinità del sole antropomorfa più importante, e la sua vita è una serie di mitologie allegoriche del movimento del Sole nel cielo. Horus è nato il 25 dicembre dalla vergine Isis-Meri, la sua nascita è stata accompagnata da una stella dell’est che i re seguirono per trovare il neonato salvatore e portagli dei doni. All'età di 12 anni era un prodigo insegnante adolescente, all’età di trenta anni egli fu battezzato da Anup e da quel momento iniziò il suo ministero. Horus aveva 12 discepoli che viaggiavano con lui mentre compiva miracoli come la guarigione dei malati e il camminare sulle acque. Ad Horus venivano attribuiti nomi simbolici come "La verità", "La luce", "Il figlio eletto di Dio", "Il buon pastore", "L'Agnello di Dio" e molti altri. Dopo essere stato tradito da Typhon, Horus venne crocifisso, sepolto per tre giorni, dopodiché è risorto. Questa stessa struttura mitologica è stata ripresa da molte altre divinità successive. Mitra della Persia, 1400 a.c., è nato da una Vergine il 25 dicembre in una grotta, veniva chiamato "Il Salvatore", "Il Redentore", "Il Messia", "la via e la verità", ed il altri modi. Egli aveva 12 discepoli e compiva miracoli, la sua religione comprendeva il rito dell'Eucarestia, della benedizione e del battesimo. Dopo la sua morte venne sepolto per 3 giorni dopodiché è risorto. Il giorno sacro per il culto di Mitra era la domenica detto anche "Giorno del Signore", e la sua resurrezione veniva celebrata ogni anno nel giorno di Pasqua. Krishna dell'India, 1200 a.c., è nato da una vergine il 25 dicembre in una grotta con una stella dell’est che segnalava il suo arrivo, alla sua nascita ha ricevuto la visita di tre uomini saggi che gli hanno portato in dono delle spezie, è sopravvissuto ad un infanticidio da parte di un re, ha compiuto miracoli con i suoi discepoli e si è anche trasfigurato, fu crocifisso (alla sua morte il Sole si oscurò) e poi è risorto dopo tre giorni. Krishna ritornerà sulla terra per giudicare i morti. Attis della Frigia, 200 a.c., è nato da una vergine il 25 Dicembre, veniva chiamato "La Verità", "La Luce" ed in molti altri modi, fu crocifisso, sepolto e poi risorto dopo tre giorni. Per farla breve, ci sono dozzine di dei nati il 25 dicembre, per lo più da una vergine, che hanno effettuato miracoli, sono morti su croci/alberi/oggetti fatti di legno, poi sono risorti, e presentano tra loro delle somiglianze impressionanti. La domanda sorge spontanea: perché queste caratteristiche?

LE CARATTERISTICHE COMUNI DELLE DIVINITÀ DEL SOLE C’è un fenomeno molto interessante che si verifica nei giorni tra il solstizio d’inverno e il 25 dicembre: dal solstizio d’estate (Giugno) al solstizio d’inverno (21 dicembre) i giorni diventano sempre più corti e freddi e, dalla prospettiva del nostro emisfero, ovvero quello nord, il Sole appare muoversi verso sud e diventare più piccolo e debole, e quindi il Sole sembra quasi "morire". Il 22 dicembre la “morte” del Sole si realizza completamente quando cioè raggiunge il punto più basso nel cielo. La cosa particolare è questa: dal punto di vista visivo, il Sole smette di muoversi verso sud per 3 giorni. Durante questo periodo, il Sole rimane in prossimità della Croce del Sud (la costellazione di Crux), e dopo questo periodo di tre giorni, il Sole ricomincia a muoversi questa volta verso nord facendo presagire giorni più lunghi, più calore e primavera. Il Sole è, quindi, morto sulla croce. Muore per 3 giorni per poi risorgere e nascere di nuovo: da qui l'idea che è comune a tante divinità del Sole come Gesù. I popoli antichi vivevano con grande paura questo periodo e spesso trascorrevano questi tre giorni accendendo falò come per aiutare il sole a riprendere il suo cammino, a rinascere proprio come un sole " invincibile", come il "sol invictus". Il 25 Dicembre era quindi considerato " Il natale del sole

Sol invictus

Arriva il giorno più breve, più cupo, più buio e la notte non lascia speranze di un’evoluzione, di un ciclo vitale che torni a rianimare immagini spente e sbiadite. Il gelo dell’abbandono prevale su tutto, sul poco che resta ancora visibile ad occhi cerchiati di ghiaccio, alle pupille che strette scrutano il buio in una ricerca convulsa, strozzata nel fiato. Ti cercano, sole invincibile, e spiano ogni tuo movimento, ogni avanzata che riconquisti gli spazi perduti e restituisca il motivo di credere, ancora una volta, alla vita. E allora arriva la festa, antica come la terra calpestata dai padri, pagana come la linfa che sgorga dalle radici più lunghe, liberatoria come l’acqua di un fiume gelato che torna a scorrere verso le verdi vallate.

I PLAGI NELLE STORIE DELLE RELIGIONI

Tra le tantissime divinità che possiamo considerare come derivazioni dirette dell'elioiatria, ne esaminiamo due che sono quelle a noi più vicine perchè antecedenti e direttamente legate alla religione giudaico-cristiana. HORUS Il" personaggio" di Gesù, così come ci viene raccontato, è un ibrido letterario-astrologico, e più esplicitamente un plagio della figura del Dio Sole egiziano Horus. Dai geroglifici dei tempi egizi si vedono le immagini dell'Annunciazione, dell'Immacolata Concezione, della nascita e dell'adorazione di Horus Le correlazioni sono eclatanti: - Horus era nato dalla vergine Isis-Meri il 25 Dicembre in una grotta/mangiatoia con la sua nascita annunciata da una stella all’Est e con la presenza di tre saggi; Gesù era nato dalla vergine Maria il 25 Dicembre in una grotta/mangiatoia con la sua nascita annunciata da una stella all’Est e con la presenza di tre saggi. - Horus era la luce del mondo; Gesù era la luce del mondo. - Horus ha detto di essere la verità e la vita; Gesù ha detto di essere il cammino, la verità e la vita. - Horus era il buon pastore, l'Agnello di Dio, il figlio dell'uomo, il redentore; Gesù era il buon pastore, l'Agnello di Dio, il figlio dell'uomo, il redentore. - Horus era “il Pescatore” ed era associato col Pesce (“Ichthys”), l’Agnello ed il Leone; Gesù era “il Pescatore” ed era associato col Pesce, l’Agnello ed il Leone. - Horus era considerato il Salvatore dell'umanità, il dio-uomo, l'unto; Gesù era considerato il Salvatore dell'umanità, il dio-uomo, l'unto. - Horus è nato a Annu, il "posto del pane"; Gesu è nato a Bethleem, la "casa del pane". - Horus è identificato da una croce; Gesù è identificato da una croce. - Horus era figlio di una vergine, chiamata Isis o Mari, raffigurata spesso che porta in braccio Horus bambino; Gesù era il figlio di una vergine, chiamata Maria, raffigurata spesso che porta in braccio Gesù bambino. - Horus aveva un padre putativo chiamato Sab (Joseph), cioè Giuseppe; Gesù aveva un padre putativo chiamato Giuseppe. - Horus ebbe la sua nascita annunciata dagli angeli ai pastori; Gesù ebbe la sua nascita annunciata dagli angeli ai pastori. - Horus durante l'infanzia rischiò di morire perché Herut tentò di farlo uccidere, ma si salvò grazie all'avvertimento di Dio ai suoi genitori; Gesù durante l'infanzia rischiò di morire perché Erode tentò di farlo uccidere , ma si salvò grazie all'avvertimento di Dio ai suoi genitori. - Horus era il bambino che insegnava nel tempio; Gesù era il bambino che insegnava nel tempio. - Horus fece il rituale di passaggio all'età adulta a 12 anni; Gesù fece il rituale di passaggio all'età adulta a 12 anni. - Horus non lascia alcuna traccia scritta della sua vita tra i 12 ed i 30 anni; Gesù non lascia alcuna traccia scritta della sua vita tra i 12 ed i 30 anni. - Horus fu battezzato a 30 anni nel fiume Giordano da "Anup il Battista", che poi fu decapitato; Gesù fu battezzato a 30 anni nel fiume Giordano da "Giovanni il Battista", che poi fu decapitato. - Horus aveva 12 discepoli; Gesù aveva 12 discepoli. - Horus era la stella del mattino; Gesù era la stella del mattino. - Horus era il Krst; Gesù era il Cristo. - Horus fu tentato da Set sulla montagna; Gesù fu tentato da Satana sulla montagna. - Horus fece miracoli e guarigioni, esorcizzava i demoni e resuscitò El-Azarus dai morti; Gesù fece miracoli e guarigioni, esorcizzava i demoni e resuscitò Lazzaro dai morti. - Horus camminava sulle acque; Gesù camminava sulle acque. - Horus fu trasfigurato sul Monte; Gesù fu trasfigurato sul Monte. - Horus fu crocefisso tra due ladroni; Gesù fu crocefisso tra due ladroni. - Horus resuscitò dopo tre giorni e la resurrezione fu annunciata da donne; Gesù resuscitò dopo tre giorni e la resurrezione fu annunciata da donne. MITRA Mitra, il dio della Luce celeste, è una personificazione del Sole. Il suo culto, originario della Persia e dell'India, nel III secolo a.C. era già diffuso in Egitto. Quasi contemporaneamente al Cristianesimo, penetrò poi nell'Impero Romano, facendo numerosi proseliti con grande rapidità. Il punto di irraggiamento della religione di Mitra fu la Cilicia, patria di Paolo, dov'era penetrata quasi cent'anni prima di lui. Gli studiosi hanno accertato tutta una serie di corrispondenze fra la sua predicazione e i culti mitraici. Mitra discese dal cielo e si racconta che alla sua nascita fu adorato dai pastori, che gli recarono in dono le primizie dei greggi e dei frutti della terra. In seguito ascese in cielo, venne posto sul trono accanto al dio del Sole, cioè, divenne partecipe della sua onnipotenza, e infine fu parte di una Trinità. Si credeva, inoltre, che un giorno sarebbe tornato a resuscitare e a giudicare i morti. Più in dettaglio, Mitra e' stato partorito da una vergine il 25 Dicembre, fu considerato un grande predicatore itinerante ed un maestro, aveva 12 compagni o discepoli, ha fatto dei miracoli, è stato sepolto in una tomba, dopo tre giorni è risorto e l'evento della sua resurrezione veniva celebrato ogni anno. Mitra era chiamato il pastore di dio, la sua figura fu assimilata a quella del leone e dell'agnello, egli fu considerato come la via, la verità e la luce, il redentore, il salvatore, il messia. Mitra era il demiurgo fra cielo e terra, fra dio e l'umanità: era l'Uomo-dio, il Redentore del mondo e il Salvatore. Il giorno consacrato al dio del Sole era la Domenica, celebrato in modo particolare nel culto di Mitra come primo giorno della settimana, e in seguito definito «il giorno del Signore» dai cristiani, per i quali in origine tutti i giorni della settimana erano egualmente dedicati al Signore (la Domenica fu introdotta da Costantino con una legge del 321). Il giorno della nascita di Mitra, il giorno di nascita del Sole, era il 25 dicembre. La religione di Mitra era seguita da una comunità suddivisa in modo strettamente gerarchico, le cui propaggini si estendevano a tutto l'Impero Romano. Il capo si chiamava Padre dei padri, come il Sommo Sacerdote del culto di Attis . I Sacerdoti portavano spesso il titolo di «Padri» e i fedeli si chiamavano «Fratelli». La stessa struttura organizzativa del Vaticano e' costruita similmente a quella del papato di Mitra. La gerarchia cristiana e' del tutto identica a quella (ben più antica) della precedente versione mitraica. Il culto mitraico conosceva sette sacramenti. Il culto di Mitra possedeva un Battesimo, una Cresima e una Comunione consistente in pane e acqua o in un miscuglio d'acqua e di vino, celebrata, in memoria dell'ultima cena del Maestro coi suoi discepoli; le ostie erano poi contrassegnate da una croce. Tutti gli elementi del rituale cattolico, dall'ostia all'acqua santa, dall'altare alla liturgia sono presi direttamente dalle antiche religioni misteriche pagane, come quella di Mitra. Ai Sacerdoti spettava soprattutto la dispensazione dei Sacramenti e la celebrazione del servizio divino: la messa veniva celebrata quotidianamente, ma la più importante era quella domenicale: l'officiante pronunciava le sacre formule sul pane e sul vino, nei momenti particolarmente solenni si faceva squillare una campanella e in generale risuonavano lunghi canti accompagnati dalla musica. I seguaci di Mitra si richiamavano a una Rivelazione, ponevano un diluvio all'inizio della storia e un giudizio universale alla fine; non solo credevano nell'immortalità dell'anima, ma anche nella resurrezione della carne. Le istanze morali del culto di Mitra, il «Dio Giusto» e il «Dio Santo», non avevano nulla da invidiare a quelle dei cristiani: come i cristiani dovevano imitare il modello del loro padre celeste, allo stesso modo il fedele del vero, giusto e santo Mitra era tenuto a condurre una vita attivamente governata dalla morale. La sua religione, definita da precisi «comandamenti», perseguiva un rigoroso ideale di purezza; la castità e la temperanza erano annoverate fra le virtù più alte, e anche l'ascesi vi svolgeva un ruolo non secondario. Fra il III e il IV secolo la religione mitraica godette del medesimo prestigio del Cristianesimo: allora per numero di adepti e per influenza sembrò sul punto di superare il Cristianesimo, cui fu particolarmente sgradito. Come tutti gli altri culti, anche il Mitraicismo dovette poi soccombere al divieto degli imperatori cattolici: istigati dalla Chiesa, ancora nel IV secolo i suoi fedeli vennero perseguitati dai cristiani, i suoi templi saccheggiati, i suoi sacerdoti assassinati e sepolti nei sacrari rasi al suolo. A parere di molti studiosi la distruzione di questa religione ebbe successo proprio perché i cristiani innalzavano le proprie Chiese sulle rovine degli antichi luoghi di culto; infatti, secondo un'antica credenza, in questo modo la divinità precedente era per così dire resa impotente o addirittura annichilita.

LA VERA STORIA DI GESÙ

Ecco un riassunto delle ricerche storiche dettagliate fatte sulla vera storia di Gesù. Poiché il regno di Davide risultò di breve durata, Dio ne promise un altro imperituro per la cui conquista avrebbe designato un Messia o Cristo (unto dal Signore ) scelto tra i discendenti dello stesso Davide. Una parte degli ebrei, stanchi di aspettare il Messia promesso, decisero che questi fosse già comparso fra di loro. Siamo nel periodo delle Guerre Giudaiche quando il Messia era individuato tra i capi rivoluzionari che combattevano Roma. I suoi seguaci erano gli Esseni dei rotoli rinvenuti recentemente (1947) nelle grotte di Qumran ( mar morto). Questi praticavano il battesimo (Giovanni Battista), la comunione dei beni e vivevano secondo riti monastici sotto la guida dei Nazir o Nazirei (o Nazareni ). Fortemente contrastati dagli occupanti Romani, affrontavano con gioia il patibolo nella certezza di acquisire, come ricompensa dopo la morte, una vita eterna di beatitudine. Sono gli stessi martiri che la Chiesa, cancellando ogni riferimento al loro movimento rivoluzionario e comportamento protocristiano proprio degli Esseni, fece passare come martiri cristiani. Il movimento che portò alla nascita del Cristianesimo ebbe inizio verosimilmente alla fine delle guerre giudaiche con la distruzione di Gerusalemme (70 d.c.) in conseguenza della perdita di fiducia nel metodo rivoluzionario. Prevalse infatti fra gli Esseni la corrente religiosa gnostica che credeva in un Messia essenzialmente spirituale con apparenza umana disceso dal cielo non più come guerriero davidico, ma come Salvatore degli oppressi. Ben presto però la maggior parte degli Esseni, superando le dispute teologiche delle correnti gnostiche, decisero di dargli un corpo incarnato allo stesso modo delle divinità solari delle religioni misteriche e, come già queste (Horus, Mitra, Krishna,..) e allo stesso modo, lo fecero nascere da vergine alla stessa data del 25 dicembre (quando il sole riprende la sua corsa nello zodiaco dopo tre giorni di immobilità apparente seguiti al solstizio), morire in croce, risuscitare da morte nel periodo delle feste pasquali (rinascita primaverile della natura) e salire al cielo il terzo giorno per risiedere alla destra del Dio padre, ecc..ecc. La struttura organizzativa e i rituali, dall'ostia all'acqua santa, della nuova religione che andava diffondendosi verso Roma tra i pagani, restarono, con qualche adattamento, quelli del culto di Mitra che rappresentava all'epoca la religione maggiormente diffusa nella capitale e in tutto l'impero e, come già questa, ebbe i suoi vescovi o papi con in testa la "mitra" o "mitria". Il resto della storia è quello della costruzione dei falsi operata dai "Padri della Chiesa" per nascondere l'origine rivoluzionaria del Cristianesimo e farlo apparire come religione rivelata. CONCLUSIONI: LE ORIGINI DELLE ILLUSIONI L'origine delle religioni è dunque riconducibile all'Eliolatria, cioè l'adorazione del Sole, cui gran parte delle più importanti di esse, cristianesimo compreso, si rifanno in modo evidente. Ma tutto questo riguarda certamente solo la storia delle religioni e non i messaggi che le varie religioni trasmettono che sono il frutto dei tanti fattori storici, culturali e di sviluppo e sono soprattutto molto diversi tra loro. Perchè è certamente unica la storia dell'uomo, la storia dei suoi percorsi e delle sue scoperte, in un tragitto che coinvolge le domande fondamentali che lo accompagnano dall'inizio della ragione, delle capacità comprensive, delle motivazioni dell'essere. E, soprattutto quella ineluttabiltà che, per quanto possa essere accettata, non sarà mai superata. .. ...La morte, la fine di tutto, la temporaneità della vita sono concetti ai quali vanno trovate della risposte, delle soluzioni, delle immagini che ne consentano l'accettazione. Nasce l'illusione....

ILLUSIONE

Illusione, ubriachi la mente di chi coltiva speranze senza ritorno. Affondi amare radici nei cuori più semplici e superficiali. Bruci i sogni in apparenza più belli, ma labili e fuori dagli equilibri vitali.

Dal momento che la morte è inevitabile, qualsiasi tentativo di ignorare o evitare questo fondamentale aspetto connaturato alla vita ci condanna a una visione superficiale dell’esistenza stessa. Una chiara e corretta consapevolezza della natura della morte può farci vivere invece senza paura, con forza, chiarezza di propositi, e gioia. L’universo è un’entità vivente infinita, nella quale si ripetono incessantemente i cicli di vita e morte individuali. Noi stessi sperimentiamo questi cicli ogni giorno: dei circa 60 trilioni di cellule che compongono il nostro corpo, milioni ne muoiono e altrettanti si rinnovano attraverso il processo metabolico. La morte quindi è un aspetto necessario del processo vitale: rende possibile il rinnovamento e una nuova crescita. Dopo la morte, le nostre vite ritornano al vasto oceano della vita, proprio come una singola onda si alza e si abbassa nella vastità del mare. Attraverso la morte, gli elementi fisici del nostro corpo, così come la forza vitale fondamentale che sostiene l’esistenza individuale, ritornano e sono “rigenerati” nell’universo. Idealmente, la morte può essere intesa come un periodo di riposo o un sonno ristoratore che segue gli sforzi e le lotte di tutta la vita. Sicuramente, comunque, la morte è una trasformazione..la trasformazione in qualcosa che noi possiamo solo immaginare, sognare e, forse, rappresentare dandogli tutta la bellezza possibile con la forza del nostro desiderio.....della nostra illusione. Per concludere, e per un'analisi più vicina alle mie convinzioni più radicate, la morte è un opposto che, in una visione dialettica, costituisce elemento indispensabile di un unicum. Il giorno e la notte, il bene e il male, il rumore ed il silenzio, il tutto e il nulla sono aspetti inscindibili della stessa unità che possono esistere solo nella loro coesistenza o, meglio, nella loro alternanza. Se inequivocabilmente la morte esiste perchè esiste la vita è quindi altrettanto vero che la vita esiste perchè esiste... la morte.

Audio: 

L'officina insonne della parola

Giovedì 14 giugno ore 18,00 - via Tadino, 20 Milano - Happy Hour & Reading - L'OFFICINA INSONNE DELLA PAROLA - evento di Gianfranco Depalos e l'associazione "I pentagrammatici-onlus" Sesto San Giovanni . Poesie di Thomas Eliot, Dylan Thomas, Jaques Prevert, Attilio Bertolucci, Roberto Sanesi. Letture Virginia Bonaretti, Fabrizio Bregoli, Maddalena Capalbi, Gabriella Colletti, Gianfranco Depalos, Annita Di Mineo, Lidia Sella.

La Poesia eterna espressione dei sentimenti - Relatrice Mirella Tribioli - Letture Maria Luisa Botteri .

Non tutti sanno che il primo giorno di primavera, il 21 Marzo, è la giornata mondiale della poesia istituita dall’UNESCO nel 1991, avendo riconosciuta a questa espressione tra le più belle e di antica memoria, la capacità da sempre, soprattutto di “dialogo”, nel suo essere “universale”; oggi ancor più “interculturale”, ponte tra persone diverse che unisce al di là delle lingue, dei costumi e delle culture; nel suo senso di bellezza che la rende “globale”. Prepotente mi viene in mente quell’Umberto Poli che, abbandonato dal padre prima della nascita, mutò il suo cognome in Saba, che in ebraico vuol dire -pane-, proprio in onore dell’amata madre ebrea che tanta dedizione gli aveva mostrato nel tempo. Perché mi viene in mente? Proprio per la sua poetica di “dialogo”, rivendicata da “poeta più chiaro del mondo” come amava dire di se stesso, estraneo come era agli sperimentalismi di tanti poeti del ‘900: crepuscolari, futuristi, ermetici dai monologhi oscuri. Nella sua ricerca di essere “discorsivo e semplice” rende la poesia rifugio e conforto per l’uomo addolorato, agevolando, appunto, “il dialogo” con questi, la comunicazione e l’amicizia, forte del suo messaggio di pace. Ecco, nell’individuare i vari poeti del tempo nei loro testamenti letterari frutto dell’espressione dei loro sentimenti, si colgono le tante risposte dai vari significati, che scaturiscono dalla loro sensibilità di scrittura, dalle loro domande riguardo la vita nella sua condizione di felicità, gioia, caducità, dolore e affanno, e dall’interrogazione, nel contempo, riguardo cosa sia la poesia stessa, che appunto Saba traduce in quelle “trite parole” della quotidianità. Tanti, dunque, sono i poeti che si sono chiesti in che cosa consista il loro ruolo, intimiditi dal fatto che la poesia, le lettere “non dant panem” e cosa sia per loro la poesia stessa (si ricordano ad es. Verlaine, Dickinson, Ungaretti, Montale, Quasimodo, Neruda ecc.) e tantissime sono state le risposte tentate. Alcune ci fanno sentire liberi, altre ci fanno sentire in gabbia e seppur difficili ci affascinano perché stimolanti, nel rimanere consapevoli, come dice Alda Merini, che i poeti con la loro poesia, “Nel loro silenzio fanno ben più rumore di una dorata cupola di stelle”. Allora cos’è la poesia? Per quanto detto, possiamo dire che nessuno è mai riuscito a dare una risposta soddisfacente, risultando essa del tutto emblematica. Per conto mio, nel lasciare da parte qualsiasi definizione che potrebbe essere riduttiva, mi piace far riferimento a tre autori di generazione diversa, tramite i quali si possono ricavare tre caratteristiche importanti della poesia stessa, che si possono sintetizzare in felicità, sofferenza, finzione. Leopardi, scrittore dell’800, in un passo dello Zibaldone (30 N0vembre1828), suo diario intellettuale, commenta riguardo la poesia, è essa “…felicità da me provata nel tempo del comporre, il miglior tempo ch’io abbia passato in vita mia”. Per Leopardi, dunque, la poesia è piacere e felicità per chi scrive e per chi la fruisce. Per Ungaretti, circa un secolo dopo, nella lirica dell’Allegria: “Poesia” è, invece dolore. Il poeta si trova a gridare in rima la sua sofferenza nel non riuscire a tradurre in parola l’universo e i sentimenti dell’uomo. “Vivo di questa gioia malata di universo e soffro di non saperla accendere nelle mie parole”. Per il prolifico contemporaneo Cattafi la Poesia è come “una verità vestita di menzogna”, una finzione che trasmette la verità dell’uomo, una fantasia strettamente legata alla realtà, tramite la quale il poeta esprime i suoi sentimenti e quelli degli altri, come si evince dal testo “Geografo” “…Non ho altro da dirvi per mentirvi…ho parlato di me…spinto dalla bisogna ad una verità vestita di menzogna” E’ pensabile che come è nato l’uomo sia nata la poesia, congenita alla sua persona, al suo sentire, nel suo significato di “fare”, di operare su se stessi, nel disvelare le emozioni più recondite, rivelando l’essere nel suo rapporto con gli altri, proprio nel capire che non si è soli. Più disparati sono stati e sono gli argomenti della poesia, essendo appunto, come detto, l’espressione di noi stessi, la varietà che l’uomo prova e vuole trasmettere. Temi di sempre e comunque nuovi: quello della natura, dell’amore, civile-sociale, della guerra, della famiglia, della donna, della nostalgia, della memoria, del bene, del male ecc. La poesia, per essi, assurge ad una condizione etica e l’uomo non sarebbe quello che è, senza di essa. E’ in questa direzione, nel dover operare una scelta tra le tante e varie tematiche, che mi preme trattare per la mia sensibilità, particolarmente le poesie e gli autori che ricordano “ i tempi e i luoghi lontani”, perché più toccano il cuore nel portare con sé la nostalgia e la malinconia per il rammarico dei bei tempi andati, quali quelli della fanciullezza e giovinezza, nella forte volontà di riviverli ancora. La giovinezza, la felicità, sono il sogno legato a quel paesaggio familiare, tanto caro, per quei profumi, rumori, colori, che diventano aspettativa di forte speranza, nel voler smentire l’insicurezza di un futuro, che ahimè quasi sempre diventa amara realtà. La poesia de “i tempi e i luoghi lontani” sviluppata anche per problematiche storiche contestuali, ha visto una produzione molto ricca. A proposito, non possiamo trascurare di menzionare Dante che subì l’esilio. In quella che era la lotta tra le fazioni dei Guelfi Bianchi più moderati e Guelfi Neri più combattivi, che sostenevano il Papa e, i Ghibellini che invece tenevano per il primato politico dell’imperatore, lui che era Guelfo Bianco divenne inviso a Papa Bonifacio VIII e coperto di accuse infamanti di ruberia. Fu condannato a due anni di confino, anni che non lo videro rientrare più a Firenze. Quei Guelfi e Ghibellini di cui tanto parlerà nelle sue opere e particolarmente nel sesto canto delle tre cantiche (i cosiddetti canti politici), in quanto con le loro lotte avevano destabilizzato e martoriato l’amata Firenze e la cara Italia. La situazione degenerata e degenerante di queste due fazioni sarà raccontata nell’”Inferno” per bocca del “goloso” Ciacco. Nel “Purgatorio” nell’incontro con il poeta trovatore Sordello di Goito, che non risparmierà l’Italia e Firenze, tacciandole di barbarie e corruzione. Nel “Paradiso” da Giustiniano; sarà, infatti questi, con la sua forte invettiva, a sottolineare quelle lotte che tanto avevano compromesso “il grande disegno di unità e pace” per Firenze e l’Italia stessa, obiettivo agognato dalla teoria politica dantesca. Struggente è la disamina storica per la sua prediletta Italia, infatti la testimonia nelle sue bellezze di italica memoria, dandone i confini a Pola presso del Carnaro, come afferma nel sesto cerchio infernale dove soffrono gli eretici. Qui, il sommo poeta, con dotta poesia, per descrivere gli avelli della città di Dite, ricorre ad un doppio paragone geografico citando sia la necropoli di Arles, sia quella di Pola e per quest’ultima dichiara che si trova presso il Golfo del Carnaro che delimita l’Italia e ne bagna i confini: “Si com’a Pola presso del Carnaro/ ch’Italia chiude e i suoi termini bagna”. Importante è il tema politico perché sottende le tante altre tematiche che stanno a cuore al poeta, come la sua condizione di esule dall’ingiusto destino, che soffre i ricordi di amore e odio per la sua terra lontana. Questo periodo di allontanamento dal luogo natio fu molto patito, il non partecipare alla vita della sua amata terra gli diede molto dolore. Luoghi della città esaltati nelle sue varie opere, nei versi immortali, ricordano l’amore del poeta per la bella Firenze. Diversi sono i canti della Commedia che riportano il fermento nostalgico della città. Nel XV canto dell’Inferno si fa riferimento alla Chiesa di Santa Maria Maggiore, dove avvenne l’incontro ultra terreno tra Dante e il suo maestro Brunetto Latini, sotto una pioggia di fuoco. Nel canto XVI del Paradiso si menziona, con una coloritura di versi, l’eterno conflitto tra la famiglia dei Donati e quella dei Cerchi che, lasciate alla fantasia del lettore, sembrano volteggiare con i loro mantelli lungo il corso. Quel corso dove si ravvisa anche la casa dei Portinari dai quali nacque la bella amata “Tanto gentile e tanto onesta” Beatrice, sempre viva nel ricordo. Altro poeta che per motivi di vita è peregrino per la sua Toscana, è Giosuè Carducci. L’infanzia in Maremma lo segna. “ Traversando la Maremma Toscana”, un sonetto che appartiene alle -Rime nuove- , approfondisce le sue nostalgiche memorie autobiografiche. Nel vedere il paesaggio desolato della Maremma rivede i luoghi e rivive i tempi della sua fanciullezza, stabilendo un intimo colloquio con la natura, mentre il cuore gli balza in gola per la commozione, tra gioia per averla rivista e pianto per il rammarico del passato e per le vane illusioni della giovinezza. La Maremma descritta in tutta la sua bellezza di paesaggio ispira al poeta un senso di pace e di coraggio, di virile accettazione della vita. La tematica di questa poesia conclusiva di una affermazione fiera della realtà, fa evincere i nobili ideali morali e civili del poeta riconosciuto vate, con i suoi valori saldi ed elevati, ispirati al mondo classico ed espletati in opere quali l’ode “Miramar” e ne “Il comune rustico”. Miramar, dedicata alla drammatica morte di Massimiliano d’Austria, è il nome di un castello che sorge vicino Trieste, dal quale si respirano le gemme del Mar Adriatico e dell’Istria: Muggia, Pirano, Egida (Capodistria), Parenzo, Salvore, i morti veneti, e le vecchie fate istriane. Anche “Il comune rustico”, poesia di ispirazione epico-storica, vede nella prima parte uno struggente saluto ad un paesaggio alpino della Carnia in provincia di Udine, dove il poeta ha trascorso un soggiorno di villeggiatura, in una delicata descrizione di natura assai bella e suggestiva. E’ proprio questa rappresentazione a sollecitare la fantasia del poeta a rievocare i ricordi del passato: la vita vigorosa dei luoghi della Carnia nell’età comunale, la vita democratica di un comune rustico di libera associazione di pastori e montanari, ai quali il console assegna la cura dei prati e dei boschi mentre ai giovani la difesa della comunità contro i popoli stranieri, gli Unni e gli incipienti Slavi invasori, tra il timore delle famiglie che piangono i loro figli votati alla guerra. Intrigante in questa poesia è il messaggio ponderato riguardo la coscienza di difesa del popolo del Medioevo contro il nemico e quello dell’universalismo politico dell’Impero Romano. Chi più dolente, nella sua poesia riguardo “I tempi e i luoghi lontani”, se non Foscolo? ( Niccolò) Ugo nacque a Zante, l’antica Zacinto nel greco mar, ma di dominio veneto dal 1484, tanto da essere, per questo, cittadino veneziano di natio veneziana, isola dove visse la prima infanzia in condizioni modeste. A Zacinto dedicò uno dei suoi sonetti più belli, nel quale in maniera affranta, esprime tutta l’amara malinconia per il luogo natio, dove non crede più di tornare. Il pensiero della bellezza di una natura incontaminata ed il mare cristallino gli insorge prepotente insieme ai versi di Omero che la canta in uno spettacolo di verde, di fronde e nubi. Quell’Omero, suo modello di classicità, che ha narrato i perigli di Ulisse nel ritornare ad Itaca e baciarla, mentre lui contrito, è consapevole di aver perduto definitivamente il contatto con la sua terra, che “non avrà altro che il canto” del figlio, ormai lontano per sempre, lontano fisicamente ma non con il ricordo, per il pensiero che gli faceva costantemente accarezzare i giorni dell’infanzia, la cara madre (Diamantina Spathis) e quella nutrice greca che come linfa vitale, lo aveva allattato al seno. Per quel nonno Priore e chirurgo dell’Ospitale militare di Spalato, per questo posto che verrà dato a suo padre medico, alla dipartita del nonno stesso, per un sostegno economico, vista la precaria situazione di famiglia, eccolo arrivare in Dalmazia dove ricevette nel seminario di Spalato una educazione classicistica, educazione che respirava anche per il suo vivere nel Palazzo di Diocleziano, immerso in una architettura classica, perché queste terre erano di cultura greca e latina prima e dopo italiana, legate a Venezia per 800 anni dal 1000 al 1797. Terre cedute con -Il trattato di Campoformio-, appunto, il 17 Ottobre del 1797 all’Austria, Il Trattato era la conclusione vittoriosa della Prima Campagna d’Italia di Bonaparte e segnava la fine della Repubblica di Venezia. Lo Stato Veneto venne ceduto insieme all’Istria (ora Slovenia e Croazia) e alla Dalmazia, fino alle Bocche di Cattaro (ora Croazia e Montenegro) all’arciducato d’Austria, che in cambio riconobbe la Repubblica Cisalpina napoleonica. Sarà, poi, anche il ricordo dei tre anni vissuti a Spalato fino alla prematura morte del padre, in quella formazione di una cultura della bellezza, a determinare il ricco sostrato alle tante belle poesie di Foscolo. Successivamente, nel suo peregrinare, si trasferì, insieme alla madre ed ai fratelli, a Venezia dove, perché democratico ed inviso al governo conservatore della Repubblica, si rifugiò sui Colli Euganei. Caduta la Repubblica, ritornò a Venezia, ma deluso appunto dal Trattato di Campoformido riparò a Milano. Il grande dolore sortito dalle terre cedute, è denunciato ne “Le ultime lettere di Jacopo Ortis”, pubblicato nel 1798. Sebbene questo sia un romanzo epistolare, il primo della letteratura italiana, ispirato su un fatto reale, di influsso alfieriano e sul modello di un’opera di Goethe “I dolori del giovane Werther”, si può dire che esso assurge, particolarmente in alcuni passi, a vera poesia. E’ la storia, per molti versi autobiografica, del giovane Jacopo che deluso dal trattato si rifugia sui colli Euganei, quei Colli Euganei di natura incantevole altrettanto vissuti da Foscolo come già detto, dove il giovane si innamora di Teresa, già promessa sposa. Consapevole della impossibilità di vivere questo amore, vaga disperatamente per l’Italia, non confortato da nulla, né dalla bellezza della natura, né dalla saggezza del Parini, incontrato a Milano. Afflitto per il popolo italiano, ritorna sui Colli Euganei dove si uccide, suicidio dal sapore poetico, non sventurato, ma inteso come coraggio di libertà con il suo valore spirituale, come affermazione di quegli ideali senza i quali non c’è dignità. Le parole dell’opera sono la forte espressione dei sentimenti dai temi “romantici” del poeta, nella fusione, appunto, degli elementi autobiografici di natura sentimentale, di natura politica-ideologica , nell’ispirazione eroica, nell’impegno civile, che riflettono lo spirito tormentato del popolo. L’Italia è diventata protettorato francese ed un tema importante nel romanzo diventa quello della patria-nazione, nonché quello poetico dell’esilio. Non meno poetici sono gli assunti dai valori positivi delle illusioni, dell’amore difficile e sofferto e dell’amore che conforta; del contrasto tra la realtà dolorosa dell’uomo e la sua ansia di riscatto tramite anche la bellezza della donna, e del potere consolante della bellezza in genere; della natura rasserenatrice; dell’eroismo virtuoso romantico. Nel sostenere la mia tesi che lo Iacopo Ortis, sebbene romanzo, sia in vari momenti gloriosa poesia, voglio rifarmi particolarmente “all’incipit” dell’opera, che nel suo ritmo è un endecasillabo, sottolineandone, quindi, la fortissima poeticità proprio dal punto di vista ritmico. Poesia cesellata dai suoi termini forti, quali “patria” e “sacrificio”, quel sacrificio ineluttabile, inevitabile, inesorabile, contro cui non si può lottare proprio perché imposto da una fatale necessità. La tragicità degli eventi e il “tutto è perduto”, espressione di passione e tensione fortissima, sono descritti con una tale caratura poetica da creare una carica emotiva e pathos nel lettore. Quello stesso pathos, commozione profonda, che Foscolo aveva subito nel suo reiterato dramma dell’esilio dalle sue patrie: Zante, Spalato, Venezia, in una eroica sopportazione di sventura, come Ulisse, ma che per il nostro scrittore termina in una disperata, ineludibile, emblematica “illacrimata sepoltura”. D’Annunzio, poi, ben interpreta, con la sua poesia di intensa emozione, i tempi e i luoghi delle sue vicissitudini di vita e questo sempre a gran voce, nella sua immagine di vita eccezionale, prepotentemente all’insegna del clamore, come gli era pertinente e come richiesto dallo spirito del “superomismo” di moda letteraria, uno degli aspetti del Decadentismo a lui più congeniale. Decadentismo al quale era approdato dopo aver maturato tanta cultura, da Carducci a Dostoevskij e quest’ultimo in quella accezione di introspezione psicologica, che passava per l’esperienza del Naturalismo francese e Verismo italiano. Era il Decadentismo a ben rappresentarlo, per quella ricerca di miti umani, dettati da scrittori e pensatori da lui amati come Nietzsche, per i suoi intenti irredentistici, interventistici, appunto da superuomo. Tramite esso rinforzerà il suo ideale di Forza e di Bellezza, nel cantare la natura della sua terra natale e l’amor di Patria, il tutto calato in un sensualismo coinvolgente, che talvolta avvicina e talvolta allontana questo scrittore, nel tempo tanto discusso, e che tuttavia, pur nelle sue forme di espressione di pensiero talvolta discordanti, incuriosisce sempre. La visione “panica” che lo scrittore confronta con il suo stile rivestito di perfezione formale, rende la sua espressione artistica più intensa e stempera la virilità che gli è altrettanto propria e naturale. In questo concerto di sensualismo, naturalismo e di naturalismo sensuale, si raccorda il mito del Superuomo dannunziano di cui si farà interprete ed eroe nella difesa di quella “Vittoria mutilata”, espressione da egli stesso coniata alla fine della prima guerra mondiale, per indicare quella vittoria militare ottenuta in battaglia e vilipesa nelle trattative diplomatiche. La produzione letteraria di D’Annunzio è molto ricca e si può dire che sarà proprio questa guerra a segnare una divisione nei componimenti e nelle gesta di questo scrittore soldato, di questo poeta eroe. Del primo momento, fanno parte più, quelle opere dello scrittore-poeta come ad es. “Canto Novo”, “Le Laudi” ecc., al secondo momento appartengono, invece, gli scritti dello scrittore-soldato come “Notturno”, “La canzone del Quarnaro” ecc. Opere tutte che vivono, per lo più, la rappresentazione scenica della sua vita, come quando si fa volontario nel 1917 non risparmiandosi, come soldato, sulle montagne aride del Carso e, a seguire, come aviatore su Vienna, Pola, Cattaro o nell’impresa de “La beffa di Buccari” nel golfo del Carnaro. Imprese dalle quali torna sempre accolto come un valoroso, rinforzando il gusto per il gesto eccezionale. Il mito dell’eroe, del superuomo non è, però, una condizione nicciana-dannunziana. Visto che già nel seicento e poi con Goethe c’era stato l’anelito da parte delle persone di superare i propri limiti. L’accezione razzista-nazionalista, testimoniata dal nazismo, è però dell’età del poeta. Uomo d’azione, intrepido sostenitore dell’Istria, della Dalmazia e Fiume in Italia, perché terre di forti emozioni sempre nel suo cuore, è proprio con l’impresa di Fiume che renderà perenne nel tempo la sua immagine, perché Fiume è per D’Annunzio, come dice in una lettera a Don Rubino suo amico, “Causa Santa…la più pura e la più alta che sia nel mondo…merita…non soltanto la vita, che è lieve, ma ogni altro bene, Io non lascerò Fiume se non morto. Ma neppure morto; ché desidero riposare in vista del Quarnaro, all’ombra di quei lauri”. Quei lauri dal sapore di pittura di cui tante volte aveva condiviso la frescura, il verde e la bellezza riflessa nelle acque adriatiche. Del resto, sollecitando i marinai d’Italia in Fiume italiana per quell’Adriatico italiano, con un fare estetico-politico, con tutto il suo entusiasmo si era trovato più volte a caldeggiare quell’Adriatico smeraldo e trasparente a lui tanto caro poiché “…è sempre stato per noi un mare di vita perché ci appariva come una forma della nostra passione e come una forma della nostra speranza. Era nostro perché non avevamo mai cessato di volerlo nostro…” E’ un amplesso sensualistico panico di superomismo quello del poeta nei confronti di Fiume e della Dalmazia, che i trattati della prima guerra mondiale non avevano riconosciuti e assegnati all’Italia. Tanto sangue sparso non era riuscito a riscattare l’italianità di un popolo che era si era sentito italiano da sempre. Nel sottolineare il senso di bellezza e di estetismo di D’Annunzio , non si può non menzionare l’”Alcyone”, il poema dell’estate, capolavoro del poeta, una raccolta di liriche che si inserisce nella più ampia antologia delle “Laudi”. Qui l’autore abbandona i toni eroici e civili per parlare di una vacanza estiva in Versilia, in comunione con la natura, in una dimensione arcana e profonda della realtà. Avvincente è il tema delle liriche della metamorfosi dalla dimensione umana a quella naturale, della trasfigurazione dell’umano nel respiro panico della natura e viceversa, nella sua musica sinuosa e ineffabile. Coinvolgente è infatti la musicalità dei versi, per il valore musicale della parola nel suo effetto fonosimbolico e per la forma metrica nuova. Particolarmente bella tra queste poesie “La pioggia nel pineto”, espressione di musica anche nel suo ritmo di pioggia e sogno del vagare senza meta del poeta e della donna amata Ermione. Intrigante è, il nome e la figura della donna Ermione, a cui il poeta si rivolge nell’ultimo verso di ogni strofa, emblematica della dolce favola dell’amore. E’ nel leggere questi versi tra immaginifico e realtà che mi viene in mente di quale potere sia capace la poesia per il lettore… La poesia, infatti, coinvolge i più, non lascia indifferenti nell’ascoltare quei suoni che anticipano i significati, quelle parole che hanno un sapore, creando maieuticamente altre parole nella nostra testa, facendo nascere un’altra poesia, la nostra, facendoci proprie le parole che spesso mancano, in una metamorfosi esistenziale. Il fil rouge tra gli autori trattati finora, è sicuramente “l’espressione dei sentimenti di nostalgia per i tempi e luoghi passati”, per lo sradicamento desolato dai luoghi cari di origine e in questo accostamento non posso trascurare Antonio Seccareccia. Questi sia nella espressione di prosa poetica di lungo racconto come “Le isolane”, raccolta di quattro episodi che narrano la storia di donne incontrate nel periodo militare da volontario in Grecia, durante la seconda guerra mondiale; sia in quelle significative poesie delle varie raccolte come “Viaggio nel sud” e “La memoria ferita”, ne risulta raffinato scrittore. Riguardo “Le isolane”, ambientato in terra greca, mi viene da azzardare, impressionata dal discorso condotto finora rispetto i poeti presi in esame che si sono compiaciuti di fare anche una disamina politico-culturale sulle terre d’Istria e di Dalmazia, che si possa riconoscere, per molti aspetti, un collegamento subliminale tra l’Istria, la Dalmazia e la Grecia stessa, e soprattutto per quelli della vita contadina da una parte, per la presenza del mare dall’altra e per la terra pietrosa. L’Istria, la Dalmazia e la Grecia si assomigliano. Prose che nelle loro descrizioni di paesaggi e di tessuto umano, nel loro ritmo di poesia, portano la lezione del ricordo e del vivere, un vivere da Seccareccia restituito alla scrittura, quanto la scrittura al vivere stesso. Ricordi felici e talvolta dolorosi dello scrittore in quel vissuto precario, sentiti in maniera analoga dai poeti trattati e dai tanti usciti da altrettanti luoghi lontani di esilio. I personaggi de “Le isolane”, nella loro solitudine, mi danno un immediato accostamento tematico per i loro sentimenti ai poeti che hanno cantato le genti di Istria, Fiume e Dalmazia, nonché a queste stesse genti. La solitudine dei protagonisti è l’elemento caratterizzante de “Le isolane”, quella solitudine di Panaiulla della non speranza. Quella speranza che non c’è neanche per i cari Dante, Foscolo, Carducci, D’Annunzio per loro stessi fuorusciti o per gli esuli che raccontano, nel loro senso di smarrimento esistenziale o di speranza tenue da cui si sentono esclusi, ed il tutto in un contesto spazio temporale di una natura per lo più rasserenante, dai fulgidi colori di luce di cielo e di mare, lì Egeo qui Adriatico, del giorno a contrasto del buio della notte, in una metafora di chiarore ed oscurità della vita, in un senso di drammaticità e disorientamento, che non spersonalizza, però, i personaggi del romanzo, né i nostri poeti e le genti giuliano dalmate, da loro raccontate, in una scelta di dignità morale. Anche Seccareccia è l’esule che non vede ritorno all’amata terra di origine e questo raccontato nella corrispondenza con l’amata madre, fa evincere il dolore di entrambi legati dalla stessa lontananza e il suo sogno di ragazzo di ritrovarla al ritorno. Poesia di memoria per la madre e per quella terra agognata. Ritorno definitivo che non si compirà nella realtà, ma che in una nostalgia consolatoria, vedrà quel tempo circolare e non lineare, del nostos stesso, compiersi solo in versi. Il mito del ritorno è quanto accosta, in un tema assiomatico, questo poeta agli altri scrittori ed ai loro esuli. “La memoria ferita” è la riemersione del suo passato sofferto, popolato da sogni e spettri, incarnato dal nostro scrittore in maniera neorealista nel mondo contadino del suo sud, ma che tanto è pertinente al senso del passato di dolore di chi come lui si è sentito forzatamente estraniato dalla cara madre terra di origine, tra l’altro in un recupero di una parte di se stesso, solo apparente. L’anima di Seccareccia, nonostante gli affetti, esprime continuamente una sottile nostalgia per la perdita dell’amata casa, terra, cose, che da condizione della sua identità, diventa in maniera traslata identità dei tanti, come lui, che si ritrovano in una poesia tanto evocativa, nobile e bella per i suoi significati profondi. Nel concludere per il significato di poesia e poetica come scelta di esperienze letterarie ed estetiche precedenti, ci piace aver individuato una poesia di spessore fatta da “grandi”, quali gli autori trattati, per la loro capacità e qualità di raccontare le proprie traversie e sofferenze, per averci arricchito e per averci aiutato a riflettere, restituendoci la memoria di fatti storici, atto di amore, proprio perché la storia non può concepire frammenti e lacune, affinché non ci sia più nessuno che ancora poco sa, smarrito davanti ad una terra sconosciuta che è al di là dell’Adriatico, ma che nei cuori infranti di noi Italiani e particolarmente degli Italiani istriano dalmati, rimarrà sempre unita, di qua. Mirella Tribioli Maggio 2018 Parliamone in 15 minuti
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La Casa degli Sguardi - Daniele Mencarelli

Presentazione del primo libro di narrativa del poeta Daniele Mencarelli con la partecipazione ed il commento di Arnaldo Colasanti. Uno straordinario percorso di vita dell'autore che attraversa la sofferenza del mondo ospedaliero vissuta in prima persona durante una indimenticabile e dura esperienza lavorativa presso l'ospedale pediatrico Banbino Gesù di Roma. Un libro da non perdere.

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La sfida di Facebook - Marco Castellani

Questo intervento vuole riprendere idealmente il filo dei quindici minuti di Giuseppina Nieddu, del 22 gennaio di quest’anno, che aveva a tema l’impatto dei social media – ed in particolare di Facebook – sul nostro percorso, appagante e faticoso, verso un modo nuovo di essere uomini, e perciò stesso, verso un mondo nuovo. Un che contiene diversi temi su cui la riflessione è aperta, ed è anzi necessaria, per il momento particolare che stiamo vivendo. Momento che si configura davvero come un cambiamento d’epoca, come dice anche papa Francesco: non è un’epoca di cambiamento, ma un cambiamento d’epoca, ci avverte, facendo propria la percezione diffusa in molti acuti osservatori, di qualsiasi fede e professione culturale. Se possibile, l’attualità di questo tema è diventata ancor più stringente, per lo scandalo relativo al caso Cambridge Analytica e all’uso “spensierato” di dati personali al fine di manipolare ed orientare le nostre scelte, non soltanto in ambito merceologico, ma anche in occasione di eventi importanti come le elezioni politiche. Questo ha esposto un vulnus, una ferita che riguarda noi tutti, perché noi tutti ci sentiamo in una certa misura invasi e offesi. Una ferita dalla quale dobbiamo e vogliamo imparare, lentamente, a guarire. Anche attraverso un nuovo e diverso rapporto proprio con Facebook, ed i social media in generale. Per entrare nel nostro tema, riprendo alcuni spunti dell’intervento di Giuseppina, al fine di sottolineare questa linea di continuità ideale. Giuseppina scrive che “Quando la scuola fallisce e i giovani si perdono perché si sentono soggetti privi di valore e talvolta diventano molto arrabbiati è perché avvertono che qualcuno ha rubato loro il cielo senza neppure guardarli.” Ed anche, più avanti “Quando i ragazzi, di periferia o di città, che arrivano da Occidente o da Oriente, famelici e audaci, belli e ribelli, insieme a noi vedono e seguono una stella, si apre un nuovo scenario dello stupendo incontro tra la mente e il cuore mostrandoci “il Bambino” che vive in noi”. L’intervento di Giuseppina chiude significativamente con la percezione che “un uso sapiente di Facebook può contribuire a favorire e a diffondere la cultura del dialogo, a cercare insieme parole poetiche per pregustare cieli nuovi e terra nuova ed arrivare a sperimentare come possibile risonanza, l’armonia del canto celeste.” Ecco, proprio questo canto celeste ci conduce direttamente al nostro tema. E qui siamo subito ad un punto importante. Una percezione risanante del cielo non può avvenire senza una collaborazione della percezione scientifica del cosmo, e a sua volta questa non può accadere – ormai davvero non può – senza una corretta articolazione dell’informazione scientifica nel mondo dei social media. Ci dobbiamo infatti rendere conto che i social media hanno raggiunto una pervasività enorme (secondo le ultime statistiche, Facebook vanta quasi un miliardo e mezzo di utenti che si collegano quotidianamente) e rappresentano ormai assai spesso una della principali fonti di informazione – in ogni settore e in ogni campo. Ecco il problema e la portata del caso Cambridge Analytica, che altrimenti non avrebbe di certo questa pregnanza. Ma sono due sono i passaggi cruciali, nel nostro percorso di oggi. Il primo è che abbiamo bisogno di una nuova nozione di cielo, e questa deve venire da un modo rinnovato di intendere la scienza (ed in particolare la scienza delle stelle e del cosmo, che è quella di cui mi occupo per professione). L’altra è che tale nuova nozione non può arrivare se non si coinvolge in un diverso e più maturo uso dei social network, di cui Facebook – per quanto in crisi – è al momento presente il simbolo per eccellenza. Perché dico una nuova nozione di cielo? Sarebbe illusorio pensare di poter evitare questo lavoro di ridefinizione che attende qualsiasi cosa, qualsiasi ambito. Nei momenti di crisi le cose devono prendere un nome nuovo, devono rinnovarsi, proprio per continuare ad agire nella storia secondo il loro esatto compito. Per dirla in modo paradossale: devono cambiare, per rimanere fedeli a loro stesse. In questi giorni, appena trascorsa la Pasqua, sentiamo tutti forte una esigenza di rinnovamento, la necessità di dare un nome nuovo alle cose, quel nome nuovo che riporti all’emozione primaria, primigenia, al “primo amore”. Come dice il Papa nella messa della notte di Pasqua, “La pietra del sepolcro ha fatto la sua parte, le donne hanno fatto la loro parte, adesso l’invito viene rivolto ancora una volta a voi e a me: invito a rompere le abitudini ripetitive, a rinnovare la nostra vita, le nostre scelte e la nostra esistenza.” Peraltro, è la stessa scienza a chiederci questa ondata di rinnovamento. La stessa percezione del cosmo non è una invariante, nel tempo. Chiede a noi continuamente di mutare atteggiamento, prima di tutto. E non è una cosa da poco, né cosa per pochi. Basterebbe, al proposito, ripensare ai giorni appena trascorsi, all’eco che ha suscitato nei media la morte di Stephen Hawking, il celebre teorico dei buchi neri, appassionato indagatore dei misteri dell’universo. Hawking, con la sua sfida alla malattia invalidante che lo affliggeva, ha infiammato il mondo nell’ardore della sua ricerca. Così che qualcosa di molto specialistico è diventato, sorprendentemente, patrimonio comune, un bene condiviso, da tutelare. Questo cosa ci dice? Che la gente ha fame di scienziati veri, cerca una visione scientifica del cosmo in cui collocarsi e dalla quale guardare tutto. Del resto, l’uomo ha sempre avuto una visione condivisa del cosmo, in cui adagiarsi, in cui prendere fiato. Solo nei tempi più recenti si è creata questa frattura, questa anomalia per cui all’uomo – come diceva Giuseppina – è stato rubato il cielo. All’uomo, e non solo ai ragazzi! Ecco dunque il primo passo di questo movimento primaverile di espansione, di ripresa. C’è una mancanza, un vuoto che occorre ripristinare, una ferita che occorre sanare. Abbiamo sempre avuto un modello di cielo, dicevamo, fin dall’inizio della storia. Poco importa, in questo momento, se fosse scientifico secondo i parametri moderni, o invece – come diremmo oggi - più propriamente mitologico. Dai primi modelli astronomici dei babilonesi, che vedevano il mondo come un disco piatto posato su un immenso oceano, l’uomo è sempre stato accompagnato, è stato guidato nel suo cammino nel cosmo: ogni specifica cultura elaborava una sua storia di universo, in ciò obbedendo alla funzione di rivestire di parole, di rendere raccontabile - e dunque percorribile - l’infinità del cosmo entro cui siamo immersi. Percorribile, perché portatore di significato, costellato di miti e simboli. Soltanto l’età moderna, con lo squilibrio portato a vantaggio della parte più razionale, raziocinante dell’uomo, ha spinto ed incoraggiato una visione di universo sempre più elaborata e “tecnica”, brutalmente scollegata dall’uomo stesso, asetticamente distaccata dalle emozioni, dalle percezioni e dall’esistenza medesima di chi si pone innegabilmente come punto privilegiato del cosmo, punto cardine: quello in cui il cosmo finalmente osserva sé stesso. Tale è l’uomo. L’uomo. Ecco il grande escluso dalle moderne teorie cosmologiche. Ecco il grande furto a cui urgentemente porre riparo: c’è da riconsegnare il cosmo all’uomo. Dare all’uomo – ad ogni uomo - un modello di universo comprensibile, pensabile, lavorabile. Raccontabile, anche nei social. E soprattutto, portatore di senso. La partita è fondamentale: un cosmo non raccontabile è un cosmo in cui il disagio di non poter tracciare una storia diventa angoscia, timore del nulla, si veste di senso di impotenza, si colora di paura dell’ignoto. Come da piccoli, la voce del papà e della mamma scavavano un percorso rassicurante nel buio della notte, confortando il nostro cuore impaurito, così l’umanità è sempre “piccola” – ovvero sempre in crescita – e desiderosa di ricavare un sentiero nel cosmo: per vedere il buio non più come oscurità, ma come un silenzio trattenuto, delicatamente trapuntato di stelle. Come scrivono Leonardo Boff e Mark Hataway, nel volume “Il Tao della Liberazione”, “abbiamo smarrito una narrazione onnicomprensiva che ci dia l’impressione di avere un posto nel mondo. L’universo è diventato un luogo freddo e ostile, in cui dobbiamo lottare per sopravvivere e guadagnarci un rifugio in mezzo a tutta l’insensatezza del mondo” In breve, la cosmologia moderna ha questo grande compito, riportarci verso un cosmo a misura d’uomo, ovvero un cosmo incantato. Scrivono infatti gli stessi autori, che “l’umanità si è in genere considerata parte di un cosmo vivente intriso di spirito, un mondo dotato di una specie di incanto.” In questo modo il nuovo cosmo non potrà che riflettere la nuova scienza, quella che riporta l’essere umano non solo al centro del processo cognitivo, ma al centro stesso dell’universo che vuole indagare. Questa rivoluzione non avviene oggi “per caso”, ma è stata preparata da una profondissima crisi all’interno della stessa scienza più rigorosa, crisi che ha visto lo scardinamento e il tracollo della visione meccanicistica cartesiana sospinta dall’avanzare delle visioni - potentemente dirompenti - della fisica relativistica e della meccanica quantistica. Non è questa la sede per indagare la portata di tali eventi davvero rivoluzionari, dobbiamo appena comprendere il loro di stimolo potente verso le istanze di un ricominciamento totale, anche nella scienza. Questo ricominciamento, questo reincantamento, possiede in sé l’urgente necessità di comunicarsi a tutti gli uomini, perché tutti noi siamo comunque vittime di questo “furto del cielo”. E’ un risarcimento che si vuol proporre, in altre parole. Urgentissimo, perché già tardivo. Una impresa di questa natura – ed ecco il passaggio cruciale - non è ormai nemmeno pensabile, senza il coinvolgimento attivo dei social media. Riepilogando: c’è dunque un messaggio, il nuovo cosmo “a misura d’uomo”, e c’è la necessità urgente di rilanciarlo attraverso i canali privilegiati della connessione informatica, così pervasiva ad ogni livello di istruzione e in ogni ambiente. Anzi, potremmo addirittura ribaltare la questione, sostenendo che questa facilità immensa di comunicazione è nata esattamente nell’attesa, nell’imminenza di un messaggio “planetario” da trasmettere. Così comprendiamo perché, con Facebook, Twitter e gli altri social media – che a loro volta si appoggiano a questa straordinaria innovazione che è Internet - siamo arrivati ad una capacità di connessione sbalorditiva, proprio nell’imminenza di questo momento di crisi. Il rischio allora è che questa capacità di contatto e condivisione, questa inedita potenza di fuoco possa rimanere senza un messaggio profondo da veicolare. Sarebbe pericolosissimo, perché l’assenza viene sempre colmata, in qualsiasi modo, a qualsiasi prezzo. Lo vediamo nei giorni presenti, dove diviene sempre più difficile estrarre un contenuto di valore dal rumore di fondo di ogni schermata di Facebook. Il valore, ovvero tutto quel che invita a riflettere e ad approfondire, rispetto alle innumerevoli “chiamate” alla reazione immediata e superficiale. Tutto questo presenta conseguenze dirette nell’educazione, quel processo delicatissimo che deve anch’esso tornare ad un incanto primordiale, ad un ambiente protetto e non giudicante dove la creatività dei ragazzi è esaltata, come ci ha ben mostrato l’intervento di Carla Ribichini sull’Educazione visionaria, al quale pure voglio collegarmi. Per usare proprio le sue parole, “tutti i linguaggi devono essere rinnovati, ma quello che riveste il carattere di maggiore urgenza è quello dell’educazione”. A noi dunque la scelta di subirlo, questo cambio di pelle, di rimanere frenati in questa urgenza del nuovo, sempre più a fatica, o di lanciarci, e scommettere su un rovesciamento di prospettiva. Alla fine, è una decisione, a cui siamo chiamati. In questa proposta interpretativa non c’è più il “caso”, ma tutto avviene per un senso, e la percezione di un modo “incantato” di guardare l’universo richiama ad un modello d’uomo che non è più vittima della tecnica, perché – in ultima analisi - non è più prigioniero del nichilismo. Un uomo che possiede un senso delle cose, è un uomo che manipola ogni oggetto, ogni tecnica, con una coscienza diversa, che porta frutto in quello che fa, anche al tempo passato sui social. Non ci serviranno dunque decaloghi e regole d’uso per recuperare una dimensione umana in Facebook, ci salverà piuttosto la percezione di un cammino fatato, di un percorso possibile verso quel “Regno” di cui parla Carla nel suo progetto educativo, dove tutto diventa anticipo e possibilità d’espressione nuova, di creatività inedita ed insperata. Dove la scienza si sposerà con un uso equilibrato e sobrio del mezzo informatico, recuperato nella sua autentica dimensione di strumento, e non di fine. In altri termini, ripreso a servizio. Infine, a chi riguardasse tutto questo come bello, ma utopico, permettetemi di rispondere con un motto del ‘68 francese, molto amato sia da scrittori laici come Albert Camus che da personalità religiose come Don Luigi Giussani: “Siate realisti, domandate l’impossibile”.

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Europa un'identità complessa

"Gli Spazi Politici : Europa un'identità complessa" , il tema di nuovi spazi di dibattito politico, in una prospettiva postmoderna che ha bisogno di reti e di virtualità ma ancora di rapporti diretti e personali. L'Europa, è una realtà complessa, fatta di molte identità culturali, molte lingue e molte etnie, sostenuta da convinzioni e religioni diverse ma anche una terra di molte possibilità in un progetto audace di unità .

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La vita è un dono - Maria Fondi

E solo quando la riceviamo ce ne approviamo per sempre. Allora inizia un’avventura meravigliosa. Soli con noi stessi possiamo costruire o distruggere quello che desideriamo. Certo gli anni dell’adolescenza magnifica, l’età dei sogni gloriosi ci offre stimoli irripetibili. Ma sé il sogno continuiamo a rincorrerlo anche da adulti si vive con un cuore che pulsa emozioni. Mai lasciarsi spegnere. Sempre, anche nei momenti più bui respirare a pieni polmoni, adagiarsi sulla propria vita per rinascere di nuovo e rivedere la luce. Mai appoggiarsi troppo agli altri. La vita è tua, viverla intimamente con te stesso, senza chiedere aiuto, potreste affondare in due. Soltanto sé chiarisci il tuo io interiore puoi donare amore a chi ami, a chi ti circonda. Rafforza il tuo carattere con disciplina, non ti arrendere ai primi ostacoli, ma esercitati quotidianamente alla pazienza, alla tolleranza, al coraggio di vivere. L’impresa è ardua e metterà a dura prova te stesso, sempre. Preferisci la solitudine per meditare e riflettere, fallo spesso almeno una volta al giorno, come fosse una medicina da prendere. Ti arriverà a visionare la tua vita, a non trascurare gli obbiettivi prefissati, a correggere il tiro dove è necessario. Coltiva il “bello” dentro di te perché come ha detto qualcuno “La bellezza salverà il mondo”. Nutri il tuo essere dell’essenza armoniosa del creato e se questo può tradursi attraverso la poesia, meglio! Sia che tu la scriva sia che tu la legga. È la poesia una lente di ingrandimento sulla vita, puoi osservare, non visto, ciò che accade dentro e fuori di te. Addirittura se scrivi poesia, hai la sensazione di uscire dal tuo corpo, di lievitare e guardare il mondo intero da un luogo privilegiato, dove conoscere vizi e virtù, bellezze e bruttezze, sorrisi e pianti, sogni e realtà. Arriva poi, il momento del commiato. Essendo un dono, la vita, non si può restituire, ma si può tornare dove tutto è iniziato, al principio. Ed è cosa naturale, lasciarsi andare, nel momento del distacco è come nuotare nell’azzurro mare, è come addormentarsi nelle braccia dell’amato, semplicemente. Così voglio immaginare la morte, triste per chi resta nel dolore, compimento di un percorso per chi lascia la vita terrena per aprirsi ad una nuova esistenza, dove voglio credere ci siano tutti gli esseri viventi che abbiamo amato, dove i dubbi, le incertezze crollino lasciando spazio ad una luce assoluta. 12 marzo 2018 Maria Fondi

L'EDUCAZIONE VISIONARIA

Di Carla Ribichini

L’educazione non è una scienza esatta, non è una professione facile, né programmabile e il progetto di Educazione visionaria nasce dalla forte volontà di voler trovare risposte e soluzioni a problemi mai del tutto risolti. E’ un progetto semplice che però vuole rompere alcuni vecchi schemi. A scuola si ha il polso esatto del tessuto sociale e il tessuto sociale è chiaramente ammalato; nei tempi difficili che stiamo vivendo ci rendiamo conto che tutti i linguaggi devono essere rinnovati, ma quello che riveste carattere di maggiore urgenza è il linguaggio dell’educazione. L’educazione, infatti, è la struttura portante della società ed esercita un grande potere sulle esistenze lasciando dietro di sé cambiamenti importanti; è l’unica grande opportunità di crescita che abbiamo, offre gli strumenti necessari per realizzare un mondo più umano e si traduce sempre come impegno per il mondo. Ogni progetto educativo è un progetto politico, nel senso più nobile del termine, perché contribuisce alla costruzione della collettività. L’educatore, ogni giorno, sperimenta un mondo dove tutto può essere possibile, coltiva pensieri di speranza e fiducia, è l’unico professionista che ancora crede nella capacità evolutiva dell’uomo, la sua visione del mondo va oltre il disordine, il pessimismo e la rassegnazione dei tempi; la sua visione si basa sulla ricchezza della natura umana e sulla bellezza del potenziale umano; suo obiettivo è quello di far crescere la persona rendendola consapevole della sua realtà totale e capace di diventare ciò che realmente è. In questo senso l’educazione è atto eroico e speranza per l’umanità intera. L’uomo contiene in sé ogni aspetto della realtà: contiene l’essenza dell’arte, della spiritualità, della scienza, della filosofia, e poiché non può esserci arte, spiritualità, scienza e filosofia separata dalla vita, l’educazione porta tutto in equilibrio, armonizza e coltiva nel modo giusto talenti, capacità e potenzialità. Senza conoscere chi siamo non c’è crescita né evoluzione e poiché l’evoluzione altro non è che evoluzione del pensiero e della coscienza, l’educazione visionaria rinnova l’idealismo interiore, risveglia le coscienze e dà voce a tutte le dimensioni dell’essere, anche a quelle apparentemente nascoste: dalla dimensione razionale-cognitiva a quella etica, estetica, spirituale, affettiva-emotiva-relazionale. Fede in sé e speranza, coraggio, determinazione, volontà e tenacia, tenerezza, passione ed entusiasmo sono alcune delle risorse di questa realtà interiore e cambiano completamente la vita. Farne esperienza e sperimentare se stessi come esseri umani globali, imparare l’autostima e l’autoefficacia, fare buon uso di pensieri e parole ed esserne responsabili, conoscere i propri talenti e attivarli, rende libero l’ uomo e un uomo libero può davvero cambiare gli eventi, raggiungere l’umana eccellenza e rappresentare una ricchezza non solo per il mondo della scuola, dall’infanzia all’università, ma per l’umanità intera. L’educazione visionaria crede in qualcosa di grande, insegna la pienezza della vita, al di là di imperfezioni e difficoltà e fa evolvere l’essere umano.
IL CORAGGIO DELL’EDUCAZIONE Se vogliamo conoscere la vita e dare una mano a riequilibrare il mondo, se vogliamo partecipare alla costruzione di un mondo migliore è necessario trovare il coraggio di ricordare chi siamo e conoscere il potere autentico dell’essere umano: capire che l’energia dei suoi pensieri, delle sue passioni e aspirazioni più profonde trascende le leggi fisiche crea implicazioni vaste e appassionanti; capire che la coscienza agisce sulla materia e la modifica spinge a trovare il coraggio di scegliere nuovi punti di vista. Non è sicuramente facile, ma bisogna scegliere, non si può più stare a guardare, prima o poi arriva il momento del risveglio e non c’è nessun’altra salvezza che rendersi conto della propria dimensione interiore. Educare a questa dimensione è sicuramente una strada lunga, ma l’unica percorribile. Abbiamo mai pensato di vedere l’evoluzione dell’uomo in questa nostra vita? Lavorare con i ragazzi, imparare a osservarli e ascoltarli con amore, oltre la loro fragilità e paura, permette di percepire con chiarezza gli elementi di una vera e propria evoluzione e rivoluzione in atto: la saggezza di un cuore profondo, la limpidezza e la forza del pensiero, il ritmo vivace delle emozioni, la ricerca di una vita integra e la volontà di creare un mondo più umano. Nei ragazzi c’è un chiaro risveglio di Spiritualità, le loro parole indicano nuovi potenziali e nuova dignità, le loro energie, se guidate, cambieranno la realtà della nostra terra e daranno un senso al caos in cui si dibatte l’umanità. A scuola sperimentiamo continuamente questa scienza interiore e ci rendiamo conto che l’umanità è pronta a scrivere nuovi capitoli della sua storia. La vita si evolve, è un processo inevitabile, niente e nessuno può bloccare l’evoluzione e tutti gli uomini sono chiamati all’ascesa; ciò che ci sta difronte è semplicemente la capacità di liberare il nostro potenziale umano e divino, sperimentare che c’è molto di più da vivere, recuperare la nostra sovranità e cambiare la sostanza stessa della nostra esistenza. Limitarci a dire che vogliamo una realtà nuova non basta, dobbiamo diventare creatori e realizzare interiormente quella realtà che desideriamo perché quando qualcosa cambia dentro i cambiamenti si realizzano anche fuori. L’Educazione visionaria si impegna nel compito di venerare la vita e si mette a sua disposizione: l’incontra, l’ accoglie, l’ ascolta, la vive e la sostiene; gli effetti di questa visione che, in modo semplice e fiducioso nasce dal cuore, sono davvero sorprendenti, sorprendono anche l’educatore più visionario. La Visione è uno stato di apertura totale e fiducia assoluta, è l’allineamento creativo di tutte le energie dell’essere umano; stare in questa visione allontana tutto ciò che non serve ( paura dubbio inquietudine)e porta in essere solo il senso e l’essenza.
L’EDUCATORE, UNA COSCIENZA CHE NUTRE L’ALTRA. “Ho spezzato il mio corpo come se fosse pane e l’ho distribuito agli uomini. Perché no? Erano così affamati e da tanto tempo” dal Diario di Etty Hillesum. Al di là della nostra vita, come dice Etty, c’è il tessuto della vita e il compimento personale di ognuno concorre a un progetto più grande che va oltre l’individuo e si colloca in una visione universale. C’è qualcosa che nessuno più insegna, ma non si può dimenticare che la visione dell’educatore desta e libera la visione dell’educando e che la sua ricerca incessante di coscienza cambia la sostanza dell’intera umanità. Le parole che seguono raccontano l’infinito e la grande umanità dei ragazzi.


Soffio
Il dolce soffio del vento estivo è un tappeto magico, mi sostiene nella via della vita.
Il suo profumo di agrumi mi protegge da ogni cattivo odore.
Il suo sapore di rugiada mi riempie di gioia.
Quel soffio che ad ogni battito del mio cuore mi sfiora il viso è la mia essenza.
E’ la mia rosa dei venti, mi indica l’est e l’ovest del mio cuore e mi orienta.
Antonio

Se fossi soffio
Se fossi soffio rilasserei le anime inquiete,
Se fossi soffio addormenterei i bambini soli e stanchi,
Se fossi soffio lascerei un dubbio nel cuore degli uomini.
Federico

Cos’è la vita dell’uomo se non può più ascoltare i discorsi delle rane attorno a uno stagno di notte?
L’uomo è troppo impegnato e va di corsa, se gli parli del profumo del vento ti risponde che devi crescere, non sei più un bambino.
Come sarebbe triste e noiosa la vita senza poter origliare i pettegolezzi delle rane attorno a uno stagno!
Senza poter sentire la dolce melodia del vento sulla superficie del lago, mille violini incantati!
Il profumo del vento è un misto di odori di tutto il mondo, sembra volermi raccontare tutti i suoi viaggi.
Percepisco le spezie di un mercato orientale e le brezze fredde del nord.
Mi chiedo: “Perché gli uomini non riescono a vedere al di là della ricchezza e del potere?
Perché non si accorgono della bellezza della natura e vorrebbero solo comprarla?”
Vittoria

La sera La sera stanca si accascia su di sé,
si lamenta e con tono autorevole cala.
La sera diventa aria tra le mie mani
e insieme alle stelle popola il mondo.
Matteo

Tutti noi abbiamo una doppia cittadinanza, il nuovo mondo si va facendo con le nostre esistenze, con i nostri sogni e la nostra consapevolezza. Ognuno di noi con il suo appezzamento di terra interiore lavora per creare la terra che verrà e un giorno sarà una terra unica. Ognuno di noi è diviso in due parti, una parte vive nella madrepatria, l’altra nel mondo. Avere una doppia cittadinanza significa avere una lunga catena che lega ognuno di noi all’altro, ad ogni continente, ad ogni mare e oceano. Lo vedo l’uomo della nuova terra, è alto e bello, ha le caratteristiche dei vari popoli, è uguale agli altri, ma anche così diverso. Ha la pelle color latte, gli occhi a mandorla, i capelli scuri come il cioccolato fondente ed è pieno di anima. Nel nuovo mondo, ogni pensiero è un seme piantato nella terra e germoglierà. La speranza crescerà fino a raggiungere il cielo. Siamo cittadini di un’unica terra e siamo tutti pieni della nostra umana magia. Agnese

“E’ verso la verità che corriamo la mia penna ed io” Italo Calvino
A tutta velocità corriamo la mia compagna d’avventura ed io.
Arriverò in riva al mare e se la vita mi affida alla rabbia di una tempesta, la asseconderò e forse troverò un’imprevista sorpresa.
La verità si china per aiutare gli sconfitti, si sacrifica, e vuole essere ascoltata. Ed è li che corro veloce, come un cavallo imbizzarrito
Matteo

E sulle case il cielo
Il cielo copre i tetti e protegge le case.
Mi piace il cielo, è chiaro e lucente, mi perdo e sogno.
Mi piace il suo sapore, è croccante.
Mi piace il suo profumo, è di thè aromatico.
Mi piace il cielo, è semplice.
Vittoria

Nella poesia di questi ragazzi non c’è retorica, è una poesia visionaria attraverso la quale cercano quella vita in cui credono e che a loro manca.

I bambini dagli occhi di sole
Li ho visti i bambini dagli occhi solitari.
Portatori di una meravigliosa aurora.
Ho sentito l’eco dei loro passi nei corridoi del tempo.
Li ho visti
Camminano fra noi Sacerdoti della saggezza e della dolcezza.
Sono qui per mutare la sofferenza in gioia
Per cantare uno sconosciuto inno dell’anima
Aurobindo

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Spazi alimentari - Ass.ne AUGE

Primo appuntamento filosofico dei quindici minuti 2018, venerdì 26 gennaio ore 17.00 Fondo Ferroni in collaborazione con l'Associazione AUGE. Argomento trattato SPAZI ALIMENTARI: il tema ecosostenibile dell'alimentazione specie nel nodo complesso di produttività, ambiente e distribuzione delle risorse alimentari. Partecipanti all'incontro giovani universitari italiani dell'associazione AUGE e Arnaldo Colasanti. AUDIO

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