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Gli spazi migratori - Ass.ne AUGE

Test del sottotitolo

Secondo appuntamento dei Quindici Minuti Filosofici organizzato da Frascati Poesia con la partecipazione degli studenti di varie Università Italiane dell'Associazione AUGE. : "GLI SPAZI MIGRATORI", il tema preponderante della quotidianità migratoria di individui, comunità e popoli che rischiano la sparizione e, insieme, il nostro rifiuto all'accesso. L'incontro si è svolto VENERDI' 16 FEBBRAIO ORE 17,30, Fondo Librario G. Ferroni. AUDIO

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"La fisica delle parole"

La Fisica delle parole : libere riflessioni sull’energia trasmessa con le parole e sulle dinamiche della comunicazione (By Angelo Chiolle)

“Figlio mio, stai sempre attento a quello che dici, perché le parole sono pietre”. Questa era la raccomandazione espressa da una madre ad un ragazzino di otto anni che le pietre spesso le tirava, scegliendole accuratamente fra quelle più leggere in grado di andare lontano con un tiro deciso e quelle pesanti che non andavano mai oltre il raggio visivo. Una cosa avevano in comune : se colpivano persone, cose od animali, facevano sempre gran danno . Quella donna era mia madre : lei sapeva che a me piaceva tirare i sassi più lontano che potevo, colpendo con maestria un bersaglio improbabile e si preoccupava per questo molto seriamente. Il pericolo potenziale che costituivo se lasciato troppo libero era notevole, sia nell’uso delle pietre che delle parole perché anche di queste mi dimostrav, fin da piccolo, generoso lanciatore! Per la verità, alcune parole che mi venivano indirizzate dai coetanei generavano in me un profondo fastidio tanto da indurmi a restituirne prontamente altre, non da meno ed arricchite con tanto d’interesse; altre, invece, erano per me come carezze, in particolare quando apprezzavano le mie rare qualità. Per questo, da grande, alcuni approfondimenti scientifici sull’energia e la materia, mi sono stati utili per indagare le parole, come queste avessero il potere d’ infiammare o gelare l’animo di una persona . Probabilmente erano in grado di trasmettere energia forse per induzione, ma la fisica certificava che le parole, a cavallo di onde di pressione viaggianti alla velocità di 331,45 m/s , giungevano ad un orecchio distante che le acquisiva per consegnarle, elaborate, ad un sistema di lettura celebrale diverso da persona a persona. Mi chiedevo anche se le parole fossero dotate di una propria massa/energia, ancorché infinitesimale, per il fatto di generare, in base alla loro intensità di volume ed alla qualità percepita in chi le riceve, dolore, indifferenza o piacere .Propendevo, comunque, per le proprietà magnetiche quelle, in particolare, che hanno a che fare con l’attrazione, la repulsione e la neutralità. Era pur vero, nella mia esperienza, che alcune parole si comportavano come proiettili in grado, per la loro energia, di ferire mortalmente lo stato d'animo, come se le parole potessero rappresentare una massa virtuale rispondendo alla legge di Albert Einstein della relatività ristretta E=MxC” . Al di la di queste riflessioni, occorreva trovare un modo semplice, ove possibile, per classificare e misurare l’ energia trasmessa dalle parole, ma come? Un modo classico poteva essere quello di analizzarne lo spettro. Presa ad esempio la parola “Amore” mi accingevo a considerare dieci possibili modi di esprimerla . Ma quali erano le motivazioni che mi spingevano a scegliere queste dieci modalità espressive? Avevo analizzato a lungo molte parole : nell’estesa area del fastidio rientravano, secondo me, la collera, la tristezza, la paura, la vergogna ed il disgusto; nella ristretta zona del piacere , la sorpresa, la gioia e l’ amore. Questo, solo come semplice classificazione, perché poi, a seconda della specifica parola o del contesto nella quale la parola si manifestava, la stessa era in grado di produrre effetti , in termini d’intensità e di durata, estremamente diversi: alcune di esse, nella mia esperienza, potevano rientrate addirittura nel mito, come alcune parole di un amico, di un contadino filosofo , di uno statista prima che una pallottola lo azzittisse, di un poeta, di un capo, di un amore, di mia madre, di un prete, ecc. E poi, come considerare il silenzio, in particolare quel silenzio che spesso era in grado di dire molto più delle parole: così come nella musica, sorella carnale delle parole, la pausa marca la fine e l’inizio di una melodia dando corpo all’intera composizione, così il silenzio umano può effettivamente incarnare messaggi ed emozioni infiniti in qualità ed intensità. Mi chiedevo, in definitiva, se esistesse un modo scientifico per classificare, le parole, se era corretto ad esempio farlo distinguendole per: - la loro estensione : il tempo associato alla loro emissione - la loro intensità: l’ampiezza , la qualità e la varianza del tono vocale - la tipologia del sentimento trasmesso a : messaggio genitoriale, da adulto, da bambino, con i loro diversi intrecci, tra emittente e ricevente (Analisi transazionale di Carlo Moiso). Cosa accadeva quando due soggetti comunicavano da due stati emotivi differenti, per esempio da un insegnante che intende esercitare il suo ruolo istituzionale ed un adolescente timoroso, oppure tra lo stesso insegnante in vena di aiuto ed uno studente ribelle ed infine quest’ultimo a confronto con un Preside minaccioso ? E quanti altri casi possibili? Rispetto a quest’ultima riflessione, era necessario prendere atto che nella vita corrente si generano centinaia di emozioni con tutte le loro mescolanze, variazioni, mutazioni e sfumature. Alla fine occorreva prendere atto che le parole di cui l’uomo dispone non sono insufficienti a significare ogni sottile variazione emotiva. Non solo, ma la loro stessa modulazione, può trasportare messaggi ed emozioni estremamente differenti, come il caso analizzato della parola Amore. Mi chiedevo, come esprimere compiutamente con una parola emozioni miste come la gelosia, una variante della collera che si mescola anche alla tristezza ed alla paura. E una parola poteva definire le virtù, quali la speranza e la fede, il coraggio, il perdono, la certezza e l’equanimità? O alcuni dei vizi più classici, sentimenti quali il dubbio, il compiacimento, la pigrizia o il torpore e la noia? Riscontravo,infine, che le parole vocali, il linguaggio del corpo ed i silenzi sono mezzi quasi sempre inadeguati per un trasporto compiuto di informazioni e sentimenti. Dalla mia analisi di quel tempo le parole vocali si comportavano come vettori, potendo assumere una direzione, una intensità ed un verso: per esempio quelle dirette verso lo stesso produttore (una riflessione silente, la ripetizione di un testo) o ad un soggetto ricevente. Ma la vera domanda era: chi era il vero autore delle parole, il corpo o l’anima ( per chi pensa che esista)? Entrambi potevano farlo ed in piena autonomia. Il corpo poteva parlare liberamente in occasione di un trauma improvviso, ad esempio, per uno spavento, per un attacco d’ira, per una improvvisa vergogna, per disgusto, ecc. La vera fabbrica delle parole, secondo me, era l’anima che incarica di volta in volta il corpo con precise specifiche di conferire ad ogni parola la qualità, l’intensità ed un tono coerente in grado di rappresentare con sentimento un contenuto . Qui la mia riflessione non andava oltre perché il passo successivo era lo studio improbabile della fisica dell’anima, questione troppo grande per me. Questa breve e noiosa riflessione non ha certo la pretesa di risolvere alcunché. Di seguito riporto, per chi volesse approfondire le proprie conoscenze sul vastissimo mondo dei sentimenti che producono parole e silenzi, un riferimento bibliografico che considero particolarmente utile, in particolare per quegli scrittori maestri del mestiere delle parole, nell'intento di fornire loro un'ulteriore strumento di riflessione: le parole lette, a mio avviso, hanno la voce dell'anima del lettore modulata da un sentire che ha radici profonde nel vissuto e che raramente si avvicina a quello autentico dello scrittore. ----------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------- Per comprendere a fondo lo spirito che genera le parole, mi sono letto un testo che consiglio a tutti, in special modo a scrittori, poeti ed attori, se questi intendano realmente comunicare agli altri, oltre che a se stessi : “Intelligenza Emotiva” di Daniel Goleman . Di seguito riporto un abstract di alcuni passaggi da me composto Per prima cosa occorre ricorrere ad una sintesi che aiuti ad individuare alcune emozioni fondamentali : paura, collera, tristezza e gioia, sono riconosciute in ogni cultura del mondo, compresi i popoli analfabeti che, presumibilmente, non sono influenzati dal cinema o dalla televisione. Ciò suggerisce l’universalità di queste emozioni. Paul Ekman, insigne studioso della materia, ha mostrato fotografie che ritraevano con precisione tecnica volti esprimenti le quattro emozioni fondamentali a persone di culture lontanissime dalla nostra ed ha constatato che la gente riconosceva le stesse emozioni fondamentali. Questa considerazione è importante, perché accade che un osservatore sceglie inconsapevolmente una non parola del proprio vocabolario emotivo che invia al proprio livello cognitivo per trasportare l’informazione e l’emozione decodificate . Nella realtà “le espressioni facciali possibili” sono molte più di quattro e questa realtà può generare infiniti errori di decodificazione, tanto più se mancano le parole associate, nella loro tonalità, nella durata e nell’ intensità. Solo in anni recenti è emerso un modello scientifico della mente emozionale che spiega come le nostre azioni siano in gran parte determinate dalle emozioni -- come si possa essere ragionevoli in un certo momento e irrazionali subito dopo -- e in che senso le emozioni hanno le loro ragioni e la loro logica. La mente emozionale è assai più rapida di quella razionale, perché passa all'azione senza neppure fermarsi un attimo a riflettere sul da farsi. La sua rapidità le preclude la riflessione deliberata e analitica che caratterizza la mente pensante. Nel processo evolutivo questa rapidità è connessa, molto probabilmente, alla decisione più essenziale, ossia a che cosa bisogna fare attenzione e, una volta vigili (ad esempio di fronte a un altro animale) a prendere in una frazione di secondo decisioni del tipo: fra noi due chi è la preda, io o lui? Gli organismi che dovevano soffermarsi troppo a lungo per riflettere sulle risposte a simili domande avevano minori probabilità di generare una prole numerosa alla quale trasmettere i geni che determinavano la loro lentezza nell'agire. Le azioni che scaturiscono dalla mente emozionale sono accompagnate da una sensazione di sicurezza particolarmente forte, derivante da un modo di vedere le cose semplificato e immediato, che può apparire assolutamente sconcertante alla mente razionale. A cose fatte o anche in mezzo all'azione ci sorprendiamo a pensare: Perché ho fatto questo? E’ un segno che la mente razionale si sta svegliando, ma senza la prontezza di quella emozionale. Poiché l'intervallo tra il fattore che scatena un’emozione e l'erompere dell'emozione stessa può essere quasi istantaneo, il meccanismo che valuta la percezione di tale fattore dev'essere velocissimo, anche secondo il tempo di reazione cerebrale che si calcola in millesimi di secondo. Questa valutazione della necessità di agire dev'essere automatica, così rapida che non varca neppure la soglia della consapevolezza. Tale risposta emozionale rapida, si propaga in noi prima che sappiamo che cosa sta succedendo. Questa modalità percettiva rapida sacrifica l'accuratezza a vantaggio della velocità, basandosi sulle prime impressioni, reagendo al quadro complessivo o ai suoi aspetti più vistosi. Essa vede le cose nella loro totalità simultanea e reagisce senza prendere tempo per un’'analisi riflessiva. L'impressione, determinata da elementi di particolare vivezza, sovrasta ogni attenta valutazione dei dettagli. Il grande vantaggio è che la mente emozionale può leggere una realtà emotiva (lui è adirato con me; lei sta mentendo; questo fatto lo sta rattristando) in un istante, producendo quel giudizio intuitivo immediato che ci dice di chi dobbiamo diffidare, di chi possiamo fidarci e chi si trova in una situazione difficile. La mente emozionale è il nostro radar per scoprire il pericolo; se noi (o i nostri antenati nel corso dell'evoluzione) aspettassimo l'intervento della mente razionale per formula re alcuni di questi giudizi, potremmo non solo sbagliarci, ma addirittura morire. Lo svantaggio è che queste impressioni e questi giudizi intuitivi, veri6candosi in una frazione di secondo, possono essere erronei o malaccorti. Questa rapidità, per la quale le emozioni possono coglierci prima ancora che noi si sia consapevoli del loro insorgere, è essenziale per il loro elevato valore adattativo: esse ci mettono in movimento per reagire a fatti incalzanti, senza perdere tempo a pensare se o come rispondere. Impiegando il sistema elaborato per decifrare le emozioni dai sottili mutamenti dell'espressione del viso, è possibile rintracciare microemozioni che affiorano sul volto in un tempo brevissimo, per meno di mezzo secondo. Ekman e i suoi collaboratori hanno scoperto che le espressioni emozionali cominciano a manifestarsi con mutamenti della muscolatura facciale in pochi millesimi di secondo dopo il fatto che scatena la reazione e che i mutamenti fisiologici tipici di una certa emozione -- come la deviazione del flusso sanguigno e l'accelerazione del battito cardiaco -- iniziano anch'essi dopo poche frazioni di secondo. Questa celerità vale soprattutto per emozioni intense, come la paura di una minaccia improvvisa. Ekman sostiene che, in senso tecnico, l'esplodere di un'emozione è brevissimo e che dura appena qualche secondo e non minuti, ore o giorni. Secondo lui sarebbe contrario all'adattamento evolutivo se un'emozione tenesse cervello e corpo in scacco per un tempo lungo, a prescindere dal mutare delle circostanze. Se le emozioni 'prodotte da un singolo fatto continuassero a dominarci inalterate dopo che l'evento è terminato, a prescindere da ciò che di nuovo sta accadendo intorno a noi, allora i nostri sentimenti sarebbero guide assai scadenti per l'azione. Perché le emozioni si protraggano a lungo, il fattore scatenante deve perdurare, suscitando così continuamente l'emozione, come quando la perdita di una persona cara continua a farci piangere Quando i sentimenti durano per ore, in genere si tratta di stati d'animo -- una forma più attenuata. Essi stabiliscono un tono affettivo, ma non permeano la percezione e l'azione con la stessa forza con cui irrompe un'emozione vibrante. Prima i sentimenti, poi i pensieri poiché la mente razionale ha bisogno di più tempo rispetto alla mente emozionale per registrare le impressioni e per reagire, il «primo impulso» in una situazione emozionale è dettato dal cuore e non dal cervello. C'è anche un secondo tipo di reazione emozionale, più lenti? della risposta lampo, che cova e fermenta nei nostri pensieri prima di portare a un sentimento. Questa seconda via è più deliberata e in genere siamo consapevoli dei pensieri che ci guidano verso di essa. In questo tipo di reazione emotiva, la valutazione è più ampia; i nostri pensieri -- l'elemento cognitivo -- giocano un ruolo chiave nel determinare quali emozioni verranno suscitate. Una volta formulata una valutazione..- «questo tassista mi sta imbrogliando» o «questo bimbo è adorabile» : segue un'appropriata risposta emozionale. In questa sequenza più lenta, un pensiero più articolato precede il sentimento. Emozioni più complesse, come l'imbarazzo o l'apprensione per un esame imminente, seguono una strada più lenta, impiegando secondi o minuti prima di svilupparsi: sono queste le emozioni che derivano dai pensieri. All'opposto, nella sequenza di reazione rapida il sentimento sembra precedere o essere simultaneo al pensiero. Questa reazione emozionale istantanea si verifica in situazioni urgenti nelle quali è in gioco la nostra sopravvivenza. La potenza di tali decisioni rapide è che ci mobilitano in un istante per fronteggiare un'emergenza. Ì nostri sentimenti più intensi sono reazioni involontarie; non possiamo decidere quando insorgeranno. «L'amore,» ha scritto Stendhal «è come una febbre che va e viene indipendentemente dada volontà.» Non solo l'amore, ma anche la collera e la paura si impadroniscono di noi, sembrano accadere e non già essere scelte da noi. Per questa ragione possono offrire un alibi :«Il fatto che non passiamo scegliere le emozioni che abbiamo», consente alla gente di giustificare le proprie azioni dicendo che le hanno fatte mentre erano in preda a un'emozione." Così come esistono vie rapide o lente per l'insorgere di un'emozione -- una attraverso la percezione immediata e l'altra attraverso il pensiero riflessivo , esistono anche emozioni che vengono provocate volutamente. Un esempio è dato dalla manipolazione intenzionale dei sentimenti che costituisce il bagaglio professionale di qualunque attore, come le lacrime che affiorano quando intenzionalmente ci si sofferma su ricordi tristi per suscitarle. Gli attori sono semplicemente più abili del resto dell'umanità nel saper usare intenzionalmente la seconda via alle emozioni, ossia la produzione del sentimento attraverso il pensiero. Anche se non possiamo cambiare facilmente l'emozione specifica che verrà provocata da un certo tipo di pensiero, molto spesso possiamo scegliere, e scegliamo, che cosa pensare. Come una fantasia sessuale può portare a sensazioni di eccitazione sessuale, così i bei ricordi ci rallegrano o i pensieri malinconici ci rendono pensosi. Ma in genere la mente razionale non decide che emozioni «dovremmo» avere. AI contrario, i sentimenti si presentano come un fatto compiuto. Ciò che di solito la mente razionale può controllare è il corso di quelle reazioni. A parte qualche eccezione, non siamo noi a decidere quando essere furiosi, tristi e così via. Una realtà simbolica e infantile la logica della mente emozionale è associativa; per essa, elementi che simboleggiano una realtà o ne suscitano il ricordo equivalgono a quella stessa realtà. Per questo le similitudini, le metafore e le immagini si rivolgono direttamente alla mente emozionale, come fanno l'arte, i romanzi, i film, la poesia, il canto, il teatro, l'opera. Grandi maestri spirituali come Buddha e Gesù hanno toccato il cuore dei discepoli parlando il linguaggio dell'emozione, insegnando con le parabole, le favole e i racconti. Infatti il simbolo e il rituale religioso non hanno molto senso dal punto di vista razionale; essi si esprimono nell'idioma del cuore. Questa logica del cuore -- della mente emozionale -- è ben descritta da Freud col concetto di «processo primario» del pensiero; è la logica della religione e della poesia, della psicosi dei bambini, del sogno e del mito (come afferma Joseph Clampbell : «l sogni sono miti privati; i miti sono sogni condivisi»). Il processo primario è la chiave per decifrare il significato di opere come l'Ulisse di James Joyce: nel processo primario del pensiero, associazioni libere determinano il flusso narrativo; un oggetto ne simboleggia un altro; un sentimento ne soppianta un altro e sta al suo posto; le totalità vengono condensate nelle parti. Non ci sono né il tempo né la legge di causa-eretto. Anzi, nel processo primario non c'è negazione. Tutto è possibile. Il metodo psicoanalitico è in parte l'arte di decifrare e dipanare queste sostituzioni di significato. Se la mente emozionale segue questa logica e le sue regole, nella quale un elemento sta al posto di un altro, per essa non è necessario che le cose vengano definite dalla loro identità oggettiva: ciò che conta è come vengono Percepite ; le cose sono ciò che appaiono. Quel che una cosa ci fa ricordare può essere molto più importante di quel che essa «è». Nella vita emozionale le identità possono essere come un ologramma, nel senso che una singola parte evoca l'intero, mentre la mente razionale istituisce connessioni logiche fra causa ed effetto, la mente emozionale è indiscriminata e collega le cose semplicemente in base ad aspetti superficialmente simili. La mente emozionale è infantile in molti modi e lo è tanto più, quanto più forte cresce l'emozione. Una delle sue modalità è il pensiero categorico, che vede tutto o bianco o nero, senza sfumature di grigio; una persona mortificata dopo aver compiuto una gaffe potrebbe pensare all'istante: «Non dico mai una cosa per il verso giusto». Un altro segno di questo modo infantile è il pensiero personalizzato che percepisce gli eventi in maniera deformata, riconducendoli tutti al proprio io; se pensi ad esempio, all'automobilista che dopo un incidente lo spiegava dicendo «il palo del telefono mi è venuto addosso». Questo modo infantile è autoconvalidante, perché sopprime o ignora ricordi o fatti che ne scardinerebbero le convinzioni e si aggrappa a quelli che lo confermano. Le convinzioni della mente razionale sono sperimentali; una nuova prova può smentire una convinzione, sostituendola con un'altra. La mente razionale ragiona in base alle prove oggettive. La mente emozionale, invece, considera le proprie convinzioni assolutamente vere e perciò sottovaluta ogni prova contraria. Per questo è così difficile ragionare con chi è emotivamente turbato: quale che sia la saldezza del vostro argomento da un punto di vista logico, non ha rilevanza se si scontra con la convinzione emozionale del momento. l sentimenti si autogiustificano con un insieme di percezioni e di «prove» tutte loro. Il passato imposto sul presente quando un qualche aspetto di un fatto appare simile a un ricordo del passato dotato di forte carica emotiva, la mente emozionale reagisce provocando i sentimenti che si accompagnavano all'evento ricordato. La mente emozionale reagisce al presente come se fosse il passato. Il guaio è che, specialmente quando la valutazione è rapida e automatica, può accadere che non ci si renda conto che le cose sono cambiate rispetto alla situazione passata. Qualcuno che ha imparato dalle percosse dolorosamente subite durante l'infanzia a reagire a uno sguardo adirato con grande paura e disgusto, manterrà in certa misura quella reazione pure da adulto, anche quando uno sguardo cattivo non comporterà la stessa minaccia. Se i sentimenti sono forti, allora la reazione che viene provocata è ovvia. Ma se i sentimenti sono vaghi o sottili, può accadere che non ci si renda conto della reazione emotiva in corso, anche se essa colora sottilmente il nostro modo di reagire in quel momento. Pensieri e reazioni al momento presente assumeranno il tono dei pensieri e delle reazioni del passato, anche se può sembrare che la reazione sia dovuta soltanto alla circostanza momentanea. La nostra mente emozionale imbriglierà la mente razionale piegandola ai propri fini e per questo noi presentiamo spiegazioni dei nostri sentimenti e delle nostre reazioni -- le cosiddette razionalizzazioni -- che le giustificano nei termini del momento presente, senza comprendere l'influenza della memoria emozionale. In questo senso, non possiamo avere idea di ciò che sta davvero accadendo, anche se possiamo nutrire la convinzione certa che sappiamo esattamente cosa sta succedendo. In momenti simili la mente emozionale ha ingabbiato quella razionale, ponendola al suo servizio. Realtà legata a uno stato specifico il funzionamento della mente emozionale è in larga misura legato a uno stato specifico, dettato dal particolare sentimento che si afferma in un certo momento. Il modo in cui pensiamo e agiamo quando ci sentiamo romantici è del tutto differente da quello che adottiamo quando siamo in collera o abbattuti; nella meccanica delle emozioni, ogni sentimento ha il suo distinto repertorio di pensiero, di reazioni e perfino dì ricordi. Questi repertori legati a uno stato specifico diventano predominanti in momenti di intensa emozione. Un segnale che un tale repertorio è attivo è la memoria selettiva. Parte della reazione della mente a una situazione emozionale è un riordinamento della memoria e delle opzioni per l'azione, in maniera che le più pertinenti si trovino in posizione gerarchicamente più alta e così siano più facilmente messe in pratica. E, come abbiamo visto, ogni importante emozione ha il suo contrassegno biologico: un insieme di mutamenti radicali che tengono in scacco l'organismo mentre l'emozione sale -- una serie di segnali automatici caratteristici esibiti quando si è nella morsa dell'emozione. L'amigdala ha una funzione centrale per la paura. Quando una rara malattia cerebrale distrusse l'amigdala di S.M. (senza però danneggiare le altre strutture cerebrali), la paura scomparve dal suo repertorio mentale. La donna diventò incapace di identificare le espressioni di paura sul volto degli altri e di esprimere paura personalmente. Come afferma il suo neurologo, «se qualcuno puntasse una pistola alla tempia di S.M., lei sarebbe conscia intellettualmente di aver paura, ma non si sentirebbe impaurita come lo saremmo io, lei e chiunque altro » . l neuroscienziati hanno esplorato i circuiti della paura nelle loro più sottili diramazioni, benché allo stato attuale delle ricerche non siano stati studiati con completezza i circuiti di alcuna emozione. La paura è un caso che si presta assai bene per comprendere la dinamica neurale delle emozioni. Nel processo evolutivo la paura riveste un'importanza particolare, perché più di ogni altra emozione ha rilievo per la sopravvivenza. Ovviamente nei tempi odierni le paure ingiustificate sono la rovina della vita quotidiana e ci procurano sofferenze dovute a una grande varietà di preoccupazioni, all'angoscia e, in casi patologici, agli attacchi di panico, alle fobie o al disturbo ossessivo compulsivo. Immaginate di essere soli a casa di notte e di stare leggendo un libro, quando all'improvviso sentite un rumore in un'altra stanza. Ciò che accade nel vostro cervello nei momenti successivi ci fa capire come funzionano i circuiti neurali della paura e quale sia il ruolo dell'amigdala come sistema di allarme. Il primo circuito cerebrale coinvolto si limita a ricevere il suono nella sua natura fisica ondulatoria e lo trasforma nel linguaggio del cervello per mettervi in allarme. Questo circuito va dall'orecchio al tronco encefalico e poi al talamo. Di lì si dipartono due vie nervose: una diramazione più piccola conduce all'amigdala e al vicino ippocampo; l'altra, più grande, porta alla corteccia uditiva nel lobo temporale, dove i suoni vengono classificati e compresi. L'ippocampo, un magazzino fondamentale per la memoria, rapidamente raffronta quel «rumore» ad altri suoni simili già uditi in passato, per capire se è un suono conosciuto: è un rumore che voi immediatamente riconoscete? Nel frattempo la, corteccia uditiva sta svolgendo un'analisi più sofisticata del suono per cercare di comprenderne la fonte: forse i] gatto? Una persiana che il vento manda a sbattere contro la finestra? Un ladro? La corteccia uditiva formula un messaggio -- potrebbe essere il gatto che ha fatto cadere una lampada dal tavolo, ma potrebbe anche essere un ladro -- e lo invia all'amigdala e all'ippocampo, che rapidamente lo paragonano a ricordi simili. Se la conclusione è rassicurante (è soltanto la persiana che sbatte a ogni raffica di vento), allora l'allarme generale non si innalza a un livello più alto. Ma se siete ancora incerti, un altro circuito fra l'amigdala, l'ippocampo e la corteccia prefrontale, accresce ulteriormente l'incertezza e fissa la vostra attenzione, inducendovi a cercare di identificare la fonte del suono con sempre maggior preoccupazione. Se da questa ulteriore analisi non si ricava una risposta soddisfacente, l'amigdala fa scattare un allarme e la sua area centrale attiva l'ipotalamo, il tronco encefalico e il sistema neurovegetativo. La meravigliosa architettura dell'amigdala come sistema d'allarme centralizzato del cervello si rende evidente in questo momento di apprensione e di ansia subliminale. Nell'amigdala ogni fascio di neuroni ha diramazioni particolari con recettori predisposti per differenti neurotrasmettitori, qualcosa di simile a quei sistemi di allarme nei quali le singole abitazioni sono collegate con operatori pronti a chiamare i vigili del fuoco, la polizia o un vicino di casa ogni volta che parte un segnale d'allarme dagli impianti delle varie case. Diverse parti dell'amigdala ricevono informazioni differenziate. AI nucleo laterale dell'amigdala pervengono diramazioni dal talamo e dalle cortecce uditiva e visiva. Gli odori, attraverso il bulbo olfattivo, arrivano all'area corticomediale dell'amigdala, mentre i sapori e i segnali viscerali finiscono nell'area centrale. Questi segnali in arrivo fanno sì che l'amigdala sia come una sentinella sempre all'erta, che analizza ogni esperienza sensoriale. Dall'amigdala si dipartono diramazioni verso ogni area principale del cervello. Dalle aree centrale e mediale un fascio va verso le aree dell'ipotalamo che secernono l'ormone corticotropo (Crh), la sostanza con la quale l'organismo reagisce alle emergenze, attivando la reazione di combattimento o fuga attraverso una serie di altri ormoni. L'area basale dell'amigdala invia diramazioni al corpo striato, collegandosi così al sistema cerebrale che regola il movimento. E, mediante il vicino nucleo centrale, l'amigdala invia segnali al sistema neurovegetativo attraverso il midollo spinale, attivando una vasta serie di reazioni a largo raggio che riguardano il sistema cardiovascolare, i muscoli e l'intestino. Dall'area baso laterale dell'amigdala si diramano fasci nervosi verso la corteccia del angolo e verso le fibre conosciute come «il grigio centrale», struttura che regola la muscolatura scheletrica. Sono queste cellule che fanno ringhiare il cane o marcare il gatto per minacciare l'intruso nel loro territorio. Negli uomini questi stessi circuiti tendono i muscoli delle corde vocali e creano il tono alto di voce emessa quando si ha paura. Un' altra via che si diparte dall'amigdala conduce al locus ceruleus , nel tronco cerebrale che, a sua volta, produce la noradrenalina e la diffonde nel cervello. L'eretto della noradrenalina è di aumentare la reattività complessiva delle aree cerebrali che la ricevono, rendendo più sensibili i circuiti sensoriali. La noradrenalina soffonde la corteccia, il tronco encefalico e lo stesso sistema limbico, in sostanza mette in tensione ii cervello. Ora, perfino uno scricchiolio consueto in casa può farvi provare un fremito di paura. Questi mutamenti in gran parte sfuggono alla consapevolezza, cosicché voi - non siete ancora coscienti di aver paura. Ma appena cominciate davvero a provar paura -- cioè quando l'ansia che è rimasta inconscia penetra nella coscienza« --, l'amigdala ordina all'istante una reazione di vasta portata. Essa segnala alle cellule del tronco encefalico di far assumere ai muscoli del viso un'espressione di paura, di rendervi nervosi e allarmati, di bloccare i movimenti già in corso non legati alla reazione, di accelerare il battito cardiaco, e alzare la pressione sanguigna e rallentare la respirazione (vi sarete accorti che, non appena provate paura, improvvisamente trattenete il respiro, ciò che vi permette di udire più distintamente eventuali altri rumori provocati da ciò che vi ha impaurito). Questa è solo parte di una serie di cambiamenti, ampia e ben coordinata che l'amigdala e le aree a essa collegate organizzano durante quelli che abbiamo definito «sequestri» neurali. Nel frattempo l'amigdala, insieme all'ippocampo a essa collegato, ordina alle cellule che inviano i neurotrasmettitori di provocare scariche, ad esempio, di dopamina, che vi inducono a concentrare l'attenzione sulla fonte della vostra paura -- gli strani rumori che avete udito -- e predispongono i muscoli a reagire di conseguenza. Allo stesso tempo l'amigdala comunica con le aree sensoriali della visione e dell'attenzione, facendo in modo che gli occhi cerchino tutto ciò che è rilevante per l'emergenza. Simultaneamente i sistemi mnemonici corticali vengono riorganizzati in modo che le conoscenze e i ricordi più pertinenti alla particolare urgenza emozionale possano essere prontamente rievocati, avendo la precedenza su altre linee di pensiero meno pertinenti. Una volta che questi segnali sono stati inviati, voi siete in preda alla paura: diventate consapevoli della caratteristica tensione dello stomaco e dell'intestino, del cuore che batte più in netta, della tensione dei muscoli del collo e delle spalle e del tremito delle membra; il corpo si immobilizza, mentre vi sforzare di udire altri suoni e correte col pensiero a identificare possibili pericoli ,in agguato e i modi per reagire. L'intera sequenza -- dalla sorpresa all'incertezza, all’apprensione alla paura -- può verificarsi in un secondo circa.

Marco Castellani - L'universo poetico

Vi sono parole intorno alle quali si possono dire cose sempre diverse, atteggiamenti e attitudini fondamentali, opzioni essenziali dello spettro delle possibilità umane. Parole cardine, intorno alle quali si possono far risplendere colori in maniera continuamente cangiante. Le parole sono importanti, ci avvertiva un saggio Nanni Moretti già diversi anni fa. Ne scelgo una, apparentemente lontana dal tema che ho scelto, che invece si dimostrerà - spero - essere la via più diretta per entrare davvero in argomento. Prendiamo la parola umiltà. La si può approcciare in innumerevoli modi. Uno di questi, la cui evidenza mi colpisce continuamente, è che oggi, lo studio dell’uomo e insieme del cosmo, suggerisce proprio un atteggiamento di umiltà, derivante essenzialmente dal riconoscimento —forse mai stato così chiaro— di quante cose non sappiamo. Quanta parte ignota nella conoscenza del cosmo! Mai il socratico so di non sapere, a pensarci bene, è stato così manifesto, solo che lo si voglia guardare. Bisogna però, appunto, saperlo guardare. Vedere il quadro generale. Ad esempio, davanti al mare di notizie astronomiche che ci arrivano continuamente dai vari media (cosa certamente ottima), di fronte a scoperte così eclatanti come quella recentissima del sistema Trappist-1 con sette pianeti forse abitabili, chi pensa mai al fatto che in realtà più del 95% di tutto l’Universo è composto—secondo le teorie più accreditate—da qualcosa di cui non conosciamo la natura? Energia oscura e materia oscura insieme, nel quadro teorico attuale, rendono conto di quasi tutto l’Universo. Tutto, praticamente tutto. Tranne un misero 4,9%. Che poi è quello che compone la materia che conosciamo, ed è praticamente tutto ciò che sappiamo (in realtà ne sappiamo ancora meno, perché anche di quel 4.9% le cose ancora da capire non sono affatto poche…). Comprendete cosa stiamo scoprendo? Consideriamo che quel piccolissimo 4,9% “visibile” è ciò che costituisce la Terra, il Sole, le stelle, i pianeti vicini e lontani, il nostro corpo, l’acqua che beviamo, il cibo che mangiamo… Quel che, nella vita ordinaria, ci sembra tutto, ed è appena, invece una piccola piccola parte, di un qualcosa di immensamente più esteso, ed invisibile agli occhi. La scienza ci viene a dire che la gran parte di quello che esiste, è qualcosa della quale non possiamo avere esperienza diretta: è in un certo senso fuori dal nostro mondo. Credo allora che il primo messaggio da trattenere sia questo: quasi tutto quello che esiste, non si vede. L’armonia nascosta è più potente dell’armonia manifesta, diceva Eraclito, già 2500 anni fa. E sembra proprio che i dati della ricerca cosmologica più recente, non facciano altro che confermare, anche dal punto di vista strettamente scientifico, l’asserzione del noto filosofo. Cosa possiamo dire oggi, dal punto di vista astronomico, di questo quasi tutto che è comunque inaccessibile ai nostri sensi? Cosa sappiamo davvero, di energia oscura e materia oscura? Ebbene, l'energia oscura è un'ipotetica forma di energia non direttamente rilevabile, diffusa omogeneamente nello spazio. Si stima appunto che rappresenti circa il 68% della massa energia dell'universo (parliamo di “massa energia” perché sappiamo che massa ed energia sono in fondo completamente equivalenti, come ci ha insegnato Einstein). L'energia oscura è anche il modo più diffuso fra i cosmologi per spiegare l'espansione accelerata dell'universo, ovvero il fatto che i corpi celesti si allontanano l’uno dall’altro con velocità crescente (grossa sorpresa anche questa, scoperta solo in tempi recenti). Essa costituisce pertanto un'importante componente del cosiddetto “modello standard” della cosmologia basato sul Big Bang. A sua volta il Big Bang è la “storia” scientificamente più accreditata di formazione dell’universo di cui al momento disponiamo. Quella accettata dalla quasi totalità dei ricercatori, come ipotesi più realistica di formazione dell’universo, e quella che spiega meglio di ogni altra, i dati di cui disponiamo. Il nostro universo, secondo questo quadro, è nato circa 13,7 miliardi di anni fa, da un “grande scoppio”, e da allora è in continua fase di espansione. Questo per quanto riguarda appunto l’energia oscura, così intimamente connessa alle dinamiche di inesausta espansione del nostro universo. Con materia oscura si definisce invece un'ipotetica componente di materia che non è direttamente osservabile, in quanto, diversamente dalla materia conosciuta, non emette luce e si manifesta unicamente attraverso i suoi effetti gravitazionali. In base a diverse indagini sperimentali e ad una serie di evidenze indirette, si ritiene che la materia oscura costituisca una grande parte, quasi il 27%, della massa energia presente in totale nell'universo. Ovvero, tirando le somme in maniera un po’ spiccia, ma sostanzialmente corretta: tra energia oscura e materia oscura, se il modello di universo tiene (e molti indizi ci dicono che tiene...), vuol dire una cosa molto importante: vuol dire che è quasi tutto invisibile, per noi. Qui uno potrebbe pensare, va bene, lo studio del cosmo è peculiare e complicato. D’accordo. Ma che dire dell’uomo? Dell’uomo ormai sappiamo tutto. E invece non è affatto così. E la cosa curiosa è che anche qui andiamo a sbattere in percentuali molto simili, anche se meno rigorosamente definite. Leggo infatti dai trattati di psicologia come circa il 95% della nostra mente sia costituita dall’inconscio. Ovvero quel luogo dove avvengono processi psichici inaccessibili al cosiddetto pensiero cosciente, che esorbitano, in altre parole, dal pensiero razionale. Dunque anche qui la nostra razionalità si deve fermare, si deve arrendere, davanti ad una sostanziale ignoranza. Possiamo certo scandagliare l’inconscio, possiamo speculare sui suoi effetti, ma è un po’ come lanciare una sonda nello spazio: portiamo a casa dei dati preziosi, ma intorno rimane comunque il mistero più profondo. Siamo davanti all’evidenza di una zona non investigabile direttamente, ma che ha effetti decisivi sulla parte conosciuta. E vale, come vedete, tanto per lo “spazio al di fuori” (l’universo) quanto per lo “spazio al di dentro” (la psiche). Questa straordiaria concordanza si è maturata solo in epoca recentissima, ed è certo significativa dei “tempi estremi” che stiamo vivendo. Non so voi, ma personalmente questo alone così esteso di ‘non conosciuto’ non mi inquieta per niente, anzi lo trovo quasi rassicurante. Prendere atto di questo stato di cose, lungi dall’essere scoraggiante, implica invece che io non possa mai dire, né come uomo né come ricercatore, la terribile frase è tutto qui? Implica, dunque, la consapevolezza di avere davanti un cammino, un cammino che ci potrà riservari ancora molte sorprese. Un cammino che, io credo, potrà davvero svolgersi soltanto rinnovando la nostra mente, per adeguarci a comprendere ciò che ancora ci è oscuro. Ed è qui che vorrei innestare una personale considerazione, che riguarda specificamente il modo di guardare a questo nostro limite, a questo nostro gigantesco non sapere. A mio avviso infatti un universo così ampiamente misterioso è intrinsecamente un universo poetico. E’ cioè un universo al quale possiamo approcciarci in maniera soddisfacente, a livello umano, solo se non ci limitiamo ai parametri conoscitivi della scienza, ma ci apriamo ad un ambito più vasto. La scienza, lo abbiamo visto, ci circoscrive a quel piccolo 4.9%. Ed è una informazione straordinaria, precisa, limpida come non mai. D’accordo. Ma come riempire il resto? Di cosa riempirlo? Non riempirlo, non è una scelta. Non è una opzione. Perché comunque la natura aborre il vuoto, e dunque verrebbe in ogni caso riempito. Da chiacchiere, pensieri, preoccupazioni, se non altro (come spesso avviene). Il nostro cielo è sempre composto, completo. Allora è necessario forse un atto di volontà, di focalizzazione. Decidiamo noi come riempire il cielo, creiamo il cielo da riempire. La scienza si fa da parte, ci lascia campo. Ed è un universo da riempire innanzitutto di senso, e dunque di poesia. La poesia è infatti, potremmo dire, il lavoro di dare un senso ultimo e corroborante all’insieme delle cose, di ricercarlo in modalità intuitiva, non razionalistica. E questo universo chiama ad un atto poetico, perché vuole farsi conoscere più intimamente che soltanto con l’indagine razionale. E nello stesso tempo, la poesia stessa chiama l’universo, lo vuole a sé. Si stanno cercando, vedete. E’ un rapporto di desiderio, di mutuo desiderio. Se non ci credete, ascoltate cosa dice Ungaretti, in una della sue “Poesie Sparse” I Giorni e le Notti / suonano / in questi miei nervi d'arpa // Vivo / di questa gioia malata / d'universo / e soffro / per non saperla accendere / nelle mie parole La gioia del poeta è malata di universo perchè vuole la totalità, non si accontenta di niente di meno del tutto. L’universo. Viene a riempire il vuoto che lascia la scienza, e non certo usurpando o calpestando il suo lavoro. Piuttosto, viene a saldarsi alla costruzione scientifica per restituire un sapere più globale all’uomo. Non si tratta infatti di andare contro la scienza, si tratta di ritornare ad un’idea di uomo più completa, che integri il sapere scientifico all’interno della più vasta conoscenza umana. Ecco allora cos’è l’universo poetico: è lo spazio di conoscenza, in prospettiva, di un uomo che torna completo. Che integra dentro di sé i diversi saperi, ben sapendo che in ultima analisi non sono diversi affatto. Cosciente della infinita sproporzione tra me ed Ungaretti (poeta che ammiro visceralmente) così provo anche io a dire nella poesia “Multiversi”, della raccolta “In pieno volo”: Guardo intanto / la poesia più nostra // La modulazione flebile / di onde elastiche tese / rese trasparenti dal sole / e l’ombra. // Che si succedono intime / negli immensi spazi interni. // Dove aspetti me / è dove io ti aspetto / a balbettare l’idea pazza di compimento / di là di ogni ombra, ogni male. // Così le campane suonano - adesso - che impudica inarchi / la pazienza non detta / portata a pelle come diadema. / L’unico ornamento del resto // più bello ed essenziale / di te, nuda. // L’unico profumo più soave / del tuo stesso odore. // Ed ognu tuo piegarsi / è mostrare, invitare: / creare tempo e spazio. // Perciò lo vedo / Tra chi non si mischia di poesia e chi si imbratta invece / - camminando a filo tra ridicolo e sublime - / piovono grappoli di orizzonti, miriadi di universi. // Come tra un “no” e un “così sia” / tale è distanza / che l’infinito stesso è poca cosa. Perché so che sono appena all’inizio del viaggio di scoperta (del cosmo e di me stesso), ogni atteggiamento più o meno arrogante sarebbe decisamente fuori luogo. Come sarebbe fuori luogo ogni tentazione di razionalismo che limitasse il reale al razionalmente conoscibile (“Perché i miei pensieri non sono i vostri pensieri, le vostre vie non sono le mie vie—oracolo del Signore”, Is. 55,8). Molto meglio sarebbe arrendersi, ammettere che vi sono realtà che superano infinitamente la mia comprensione. E la attitudine più giusta tornerebbe dunque ad essere l’umiltà, la coscienza tenera e liberante delle proprie capacità e dei propri limiti.

di Marco Castellani

www.gruppolocale.it

m.castellani@gmail.com

 

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Il mito eterna ed infinita verità - Valter Casagrande

Il mito: storie affondate nella notte dei tempi. Leggende che parlano di personaggi, divini ed umani, che vivono  oltre tremila anni fa. La mitologia ha governato e influenzato ogni società antica presente su questo pianeta.   Costituiva la più antica espressione culturale del mondo, in ogni mito erano contenute delle verità eterne tramandate oralmente per lunghi secoli, che hanno contribuito a plasmare la coscienza   dell’unità spirituale di qualsiasi popolo. Attraverso i miti, i popoli antichi sono riusciti a codificare e a trasmettere conoscenze sul mondo e sull’uomo, credenze, principi morali, norme di comportamento: insomma, tutto ciò che era ritenuto importante per l’organizzazione, la sopravvivenza e la continuità della comunità.  Vale forse la pena ricordare che cos’è un mito. È una narrazione o una favola che nasconde un altro significato oltre a quello che è ovvio se preso alla lettera.  Il termine stesso è greco e significa “parola”, quindi racconto o storia.   E nella società di oggi che ruolo ha la mitologia?     Per il pensiero “moderno” i miti del passato sembrano primitivi ed estranei ad una società ultra tecnologica,  Che valenza possono mai avere, quindi, vicende che sono così distanti dalle civiltà post-moderne, dalla globalizzazione e dalle ultime generazioni totalmente immerse nelle realtà digitali?    Che senso ha proporre all'attenzione delle persone,  personaggi e rapporti interumani ormai così lontani?     Il mito richiama alla mente, a mio avviso, tre concetti che lo caratterizzano: l'eterno, l'infinito e la verità.

Esploriamoli uno ad uno.

L'Eterno

Ouroboros

Un insieme di strani racconti,

di personaggi esaltati

e dimenticati,

di situazioni impensate,

rielaborate,

di favole perse.

Un mondo

 fatto di antiche lezioni,

di antichi insegnanti,

di vecchi licei,

di banchi di legno,

di libri ingialliti.

Un'immagine opaca

fatta di storie

sentite,

di situazioni

temute

e di tragedie

volute,

un lontano ricordo

che sfuma

nel divenire.

Le vite  divine 

e quelle degli uomini che,

grandi e piccoli,

hanno segnato

un percorso.

Un' antica memoria

che affonda le sue radici

all'inizio del tempo,

all'inizio della scrittura,

all'inizio di tutto.

 

Fondamentalmente l'uomo, nel corso di oltre duemila anni, è cambiato in maniera molto marcata ed anche molto evidente. Ma questo cambiamento riguarda la sua realtà più esterna, più superficiale. Nulla è cambiato nella sua essenza psicologica, nella sua identità più profonda, nella sua socialità individuale, nel suo bisogno di relazionarsi con gli altri. E non è cambiato sostanzialmente nemmeno il modo di proporsi e di cercare il contatto interumano,  di percorrere un cammino di vita, di navigare lungo un percorso sostanzialmente identico nella sua linearità e nella sua ripetitività. Una rotta quotidiana che si sviluppa, come nella dialettica ciclica della vita, con momenti felici e momenti tristi, desideri di fuga e ritorni, paure e coraggio, passato e futuro, nella assoluta consapevolezza della unicità dell’essere umano che si realizza solo nei rapporti con gli altri. E questa dialettica ciclica è sempre la stessa, dal mito al presente, perché sono sempre gli stessi, con insignificanti differenze di tipo esteriore, i rapporti e le vicende umane. Ci si può riconoscere in Apollo, padre ingombrante o in Fetonte, figlio apparentemente scapestrato, in Giocasta, madre assente, o in Antigone, figlia trascurata, in Cincinnato desideroso di pace e silenzio, in Tersite, primo rivoluzionario della storia, o in Filemone e Bauci uniti da un amore che và oltre la morte. Per non parlare poi dei miti di Arianna e Teseo e quello di Andromeda e Perseo che hanno ispirato storie riproposte per centinaia di anni. Nella società attuale, tutta protesa verso la ricerca esasperata del massimo profitto, la magia della vita non ci premia più perché il nostro cuore è aridamente sottoposto alla ragione, e noi neppure ce ne accorgiamo. Raccontando i miti fondativi della cultura occidentale si invita a riscoprire le radici del pensiero e dell’immaginario contemporaneo, rigenerando il gusto per la  narrazione, per la poesia che sono ancora i misconosciuti bisogni fondamentali dell’uomo postmoderno. Parlare oggi di miti, in quest’epoca tanto frenetica quanto scettica, sembrerebbe un discorso assolutamente fuori dal tempo. Eppure c’è qualcosa che deve farci riflettere: Perché la psicanalisi, che viene oggi sentita come una necessità quotidiana, mutua tanti termini dalla mitologia? Narcisismo, complesso di Edipo, solo per fare un paio d’esempi. Forse perché le donne e gli uomini, le dèe e gli dèi di cui si narra nei miti, sono creature eterne, gli stessi esseri umani di ieri e di sempre. E non solo: anche le dinamiche emozionali e comportamentali sono incredibilmente simili. Perché nel lessico quotidiano, ed anche nel parlare comune, non facciamo che esprimere, spesso senza saperlo, parole che provengono direttamente dal mito? Un solo esempio per tutti " piantare in asso" deriva dal mito di Arianna abbandonata da Teseo sull'isola di Nasso (Naxos). Perché  le storie raccontate nel mito sono state riproposte centinaia di volte, nell'arco dei secoli, da molti scrittori, drammaturghi, poeti?                                                                                 

Come non ricordare un esempio lontanissimo: Orfeo, il più famoso poeta e musicista mai esistito, rappresentazione della perfezione di ogni musica, capace d’influenzare l’universo e gli esseri che lo popolano. Vinícius de Moraes, poeta e padre della bossa-nova, ripropone, in chiave moderna, il mito di Orfeo ed Euridice, nella quale il musicista diviene il portavoce dell’identità brasiliana, garantendo un riverbero eterno alla vicenda. Se ci si addentra nella esplorazione introspettiva e si condividono appunto tali aspetti, allora accade che ci si accorga che i miti vanno eterni fra la terra e il cielo, a partire dalla loro scrittura originale e primaria  fino ad ogni loro riproposizione. Eterno è una parola che si adatta moltissimo al mito. E' quindi questo il segreto della sua attualità: l'eternità che lo caratterizza.

L'Infinito

Viaggia il pensiero

nell'infinito

e vede i pianeti,

osserva le stelle

e cerca

ancora più su

figure già viste,

sognate,

raccolte da voci

lontane,

antiche

come l'universo

che le circonda,

finché,

in mezzo agli astri

invisibili,

arriva

la trasformazione.

 

La percezione dell’infinito è un buco della mente dell'uomo. Un' idea talmente illimitata che una capacità, assolutamente limitata come la sua, non sa affrontare.  Un universo talmente  inconcepibile che riempie l'animo di angosce. Per questo l'uomo lo ha sempre riempito con le divinità. Così diventano divini la stessa terra (madre di tutte le cose), il sole, i pianeti più vicini e più visibili, ed infine le stelle, le costellazioni, tutto ciò che la vista poteva raggiungere ma la mente non riusciva a capire. Con tali limiti credo che sia stata perlustrata, e nominata, tutta la via lattea.   E così succede che la trasformazione in stella è spesso un premio per gli uomini, dato dagli Dei.    Un premio per una vita trascorsa in modo così speciale da meritare l'immortalità.    Amori al di sopra del tempo, vite eroiche, fedeltà incrollabili, gesta significative ed esempi per gli altri, sono specificità umane premiate.    Ecco allora una breve descrizione di quelle che più comunemente sono state le origini mitologiche delle stelle, delle costellazioni e degli altri corpi celesti conosciuti nell'antichità a cominciare dal sole, dalla luna e dagli altri pianeti.

Pianeti

Corpi ed oggetti celesti conosciuti in antichità, sono stati protagonisti di leggende mitologiche. Infatti, presso i greci, la maggior parte di essi era stata battezzata con i nomi delle loro divinità, che poi successivamente furono importati ed adattati dai romani alle loro tradizioni e mantenuti sino ai nostri giorni. Il culto dei pianeti risale invece ai babilonesi che si dedicavano allo studio ed alla previsione delle configurazioni planetarie, convinti com'erano che tutto ciò influenzasse il destino dell'uomo.

SOLE Da sempre ritenuto una divinità universale era il dio Elios, dio della luce e del calore, che guidava il suo carro solare lungo il cielo preceduto dalla sorella Eos, l'aurora. Giunto alla sera si riposava e gli veniva dato il cambio dall'altra sorella Selene.

LUNA Regina della notte, collegata alla natura ed al culto dei morti, era anche la dea della fecondità. Per i greci era la dea Selene, sorella di Elios e di Eos, che guidava il carro lunare. I romani invece vedevano in essa la dea della caccia Diana mentre gli egizi la identificavano con Iside.

MERCURIO Rappresenta il dio Ermes, Mercurio per i romani ed i latini, simbolo della velocità e dell'astuzia ed inventore di numerose arti fra le quali l'astronomia, la musica e la ginnastica. Protettore dei viaggiatori e dei mercanti era anche il "messaggero degli dei".

VENERE Pianeta che incarna il mito antichissimo della Gran Madre, dea della fecondità. Veniva anche identificata presso i greci ed i romani come dea della bellezza e dell'amore.

MARTE Impersona l'omonimo dio della guerra, Ares per i greci, padre di Romolo e Remo. Era molto amato dal popolo romano tanto che in suo onore fu chiamato il mese della riapertura delle operazioni militari dopo la sospensione invernale ossia Marzo. Combatteva guidando un carro ed era accompagnato dai figli Deimos, la Paura, e Phoibos, il Terrore.

GIOVE Il re degli dei, e dunque anche dei pianeti, a cui sono riferiti anche i nomi dei suoi satelliti maggiori che ricordano quelli delle sue amanti. Dio della luce manifestava la sua volontà con tuoni e fulmini.

SATURNO Il dio Crono, Saturno per i romani, padre di Zeus che regnò sul mondo spodestando il proprio padre Urano dopo averlo evirato. A sua volta, narra il mito, che venne sconfitto dal proprio figlio e che quindi emigrò nel Lazio dove fondò una civiltà detta "età dell'oro".

URANO   Era il cielo stellato e lo spazio infinito. Figlio e marito di Gaia -Gea ( madre terra) partorito da lei dopo il Caos. Padre di Saturno fu da lui spodestato ed evirato,

Altri oggetti celesti - Costellazioni

ARIETE  Nel mito greco invece rappresentava l'animale a cui il dio Ermes affidò i due figli del re di Tessaglia, Elle e Frisso, affinchè fossero condotti nella Colchide, lontano dalla malvagità della loro matrigna. Durante il viaggio Elle cadde sulla Terra in quella zona che viene oggi denominata Ellesponto (lo stretto dei Dardanelli). Frisso invece, una volta giunto a destinazione, sacrificò l'ariete agli dei conservandone poi la pelle (il vello d'oro) fino a che non fù conquistata da Giasone.

TORO In antichità per i greci raffigurava: uno dei tanti travestimenti con cui Zeus aveva conquistato Europa, la giovane Io, tramutata in toro sempre dal re degli dei affinchè la sua consorte Era non ne scoprisse la relazione con la fanciulla, o il minotauro del mito di Teseo e Arianna

GEMELLI Impersonano secondo i greci i gemelli Castore e Polluce figli di Zeus, detti Dioscuri, nati da una relazione adulterina del dio con la regina di Sparta, Leda. Erano anche i fratelli della famosa Elena di Troia. Danno il nome alle due stelle principali della costellazione e furono molto amati a Roma tanto che i romani eressero un tempio in loro onore e li assimilarono ai leggendari fondatori della città Romolo e Remo.

CANCRO e CAPRICORNO In esse cadevano nell'antichità i solstizi e per questo ancora oggi i Tropici portano i loro nomi. Simboleggiavano, il Cancro, il percorso a ritroso del Sole che dopo aver raggiunto l'altezza maggiore rallenta ed inverte il suo cammino, mentre il Capricorno raffigurava la rinascita del ciclo solare. Per i greci quest'ultimo era anche la capra Amaltea che allattò Zeus da bambino oppure il dio Pan dalle sembianze di capra.

LEONE Impersonava per gli egiziani il dio sole Ra od Osiride, mentre per i greci era il leone ucciso da Ercole. Contiene la stella Regolo che Tolomeo battezzò così, ossia "piccolo re".

VERGINE Il mito della Gran Madre raffigurante Demetra per i greci e Cerere per i romani. Dea della fecondazione tiene in mano il simbolo della vita, la stella Spica, ossia il grano.

BILANCIA Unico segno dello zodiaco che non raffigura un animale. Probabilmente fu creata durante la dominazione romana in Egitto in onore di Giulio Cesare e rappresenta il simbolo dell'equità visto che uno degli equinozi, quello d'autunno, anticamente cadeva in questa costellazione e come sappiamo in quel periodo la durata del giorno è uguale a quella della notte.

SCORPIONE  I greci lo immaginavano come l'animale che Era inviò contro Orione per punirlo della sua vanità.

SAGITTARIO Mezzo uomo e mezzo cavallo era un essere immortale che eccelleva nelle arti, tanto che insegnò ad Esculapio, figlio del dio Apollo, quella della medicina. Fù anche il tutore di Achille, l'eroe di Troia, oltre che di Giasone e di Ercole. Proprio quest'ultimo ne decretò la morte ferendolo per errore con una freccia durante lo scontro con l'Hydra. Chirone, gravemente ferito, supplicò allora Zeus affinchè lo liberasse dalle sofferenze togliendogli il dono dell'immortalità. Il dio accolse le sue richieste portandolo poi eternamente in cielo a ricordo della sua saggezza.

ACQUARIO Rappresenta Ganimede il giovane rapito da Zeus e che somministrava le bevande agli dei. Altre leggende lo immaginano come Zeus stesso che versa l'acqua vitale sulla Terra, dai cui rivoli nascerà il fiume celeste Eridano.

PESCI Incarna i due pesci che salvarono la dea Afrodite dall'annegamento, la quale per premiarli li pose in cielo a ricordo della loro impresa.

ORSA MAGGIORE I greci la identificarono in Callisto, tramutata in orsa da Era perchè gelosa di Zeus che si era innamorato di lei. Il dio la riparò in cielo per salvarla dal figlio Arcade che, durante una battuta di caccia, erroneamente la stava uccidendo sconoscendone la vera identità. Il nome probabilmente deriva dal greco arctos che significa orso, con il quale i greci indicavano le regioni settentrionali, e da cui deriva il nostro artico. Per gli egizi invece era il dio Seth.

ORSA MINORE Per gli Egizi fu il cane del dio Seth, usato dai Fenici che essendo grandi navigatori si orientavano con la punta della sua coda la quale indica il Nord.

ERIDANO Fiume celeste che nella mitologia dei greci portava al mare Oceano. Per gli egiziani era sicuramente la raffigurazione del Nilo.

ORIONE  I greci vedevano in questa costellazione il cacciatore omonimo intento in una battuta di caccia alla Lepre. Questa è infatti raffigurata nell'adiacente costellazione così come i cani di Orione che lo seguono fedelmente. Rappresenta anche il cacciatore che Era volle punire per la sua vanità facendole pungere ed uccidere dallo Scorpione.

CANE MAGGIORE e CANE MINORE Secondo i greci erano i cani che accompagnavano Orione. Dal nome di queste costellazioni deriva il termine canicola con il quale si indica il periodo più caldo dell'anno. Questo perchè nell'antichità la stella Sirio del Cane maggiore indicava con il suo sorgere, al solstizio d'estate, il periodo più caldo dell'anno. Questa stella inoltre raffigurava la dea Sothis-Iside.

LEPRE L'animale oggetto della caccia di Orione che viene raffigurato nella omonima costellazione, la quale secondo i greci fu creata dal dio Ermes per premiare la velocità dell'animale.

AURIGA Era il figlio della dea Atena inventore della quadriga, mentre la sua stella Capella ha volte è stata identificata con Amalthea, la capra che allattò Zeus ancora infante.

CARENA, POPPEA e VELA Fra le poche costellazioni australi conosciute ai popoli del mediterraneo, che inizialmente le raffiguravano tutte assieme nella costellazione della Nave Argo, poi soppressa e smembrata nelle tre attuali. Costruita con il legno sacro agli dei era l'imbarcazione con la quale partirono Giasone e gli Argonauti alla ricerca del vello d'oro.

BIFOLCO Rappresenta Arcade, figlio di Callisto e Zeus, che durante una battuta di caccia stava per errore uccidendo l'orsa sotto le cui sembianze si celava la madre, essendo all'oscuro del fatto che Era, gelosa di Zeus, l'avesse mutata in orsa. La vicenda fu interrotta dal re degli dei che intervenendo immortalò entrambi nel cielo. Viene raffigurato mentre tiene al guinzaglio i due Cani da caccia dell'omonima costellazione.

CHIOMA di BERENICE I greci immaginavano in questa costellazione i capelli di Berenice, moglie del faraone Tolomeo Evergete, che fece voto alla dea Iside di tagliarli se il marito fosse tornato vittorioso dalla guerra in Siria.

CORONA BOREALE Arianna, figlia di Minosse re di Creta, era stata destinata dal padre in sacrificio, in onore di Atena, al minotauro, un mostro mezzo uomo e mezzo toro, che soggiornava in un labirinto del palazzo regale a Cnosso. Qui ella venne liberata da Teseo che la portò con sè abbandonandola poi in un'isola deserta. La giovane venne in seguito soccorsa dal dio Dioniso che per conquistarla le donò appunto una corona.

OFIUCO In antichità per i greci era il Serpentario, una costellazione che comprendeva quelle attuali di Ofiuco e quelle adiacenti dette Testa e Coda di serpente. Rappresentava il dio Esculapio, dio della medicina, che tiene in mano il simbolo di quest'ultima ovvero il serpente.

CORVO Rappresenta l'uccello sacro al dio Apollo. Viene raffigurato nell'intento di beccare l'Hydra nei pressi del Cratere, altra costellazione, che rappresenta il recipiente che il dio consegnò all'uccello perchè gli fosse riempito d'acqua. Il volatile infatti, attardatosi nell'adempiere il suo compito, si giustificò al ritorno con l'essere stato attaccato dall'Hydra, cosicchè il dio per punirli li scagliò in cielo tutti e due.

AQUILA Per i greci era l'uccello sacro a Zeus che rapì Ganimede, il quale divenne poi il coppiere degli dei.

DELFINO I miti greci lo immaginano come l'animale che aiutò Arione, un poeta greco che era stato inviato in Italia dal suo sovrano, il re di Corinto. Durante il viaggio egli venne derubato e gettato in mare dall'equipaggio e si salvò solo grazie all'intervento del cetaceo che portandolo in groppa lo trasse in salvo.

CIGNO Rappresentava gli animali sacri alla dea Afrodite o Zeus che per conquistare una fanciulla si travestì da esso. Altre leggende lo immaginano come l'uccello che tentò di salvare Fetonte, figlio di Apollo, che un giorno appropriatosi del carro solare, provocò una distruzione totale della terra e del cielo. Zeus infuriatosi per punirlo lo fece affogare nel fiume Eridano, dove il Cigno tentò inutilmente di salvarlo. Il re degli dei, in riconoscimento della sua bontà, portò il volatile in cielo immortalandolo eternamente.

PERSEO Figlio di Zeus e Danae, fu confinato in un'isola deserta insieme alla madre perchè un oracolo aveva profetato al nonno che il giovane lo avrebbe spodestato. In esilio, il re del luogo insidiava Danae, così per liberarsi di Perseo lo inviò alla caccia delle Gorgoni, tremende creature che con lo sguardo pietrificavano chiunque le osservasse. L'eroe, grazie all'aiuto di Atena ed Ermes, riuscì nell'impresa ed al ritorno dalla sua avventura s'imbattè in Andromeda che salvò dal mostro marino. E' immaginato mentre tiene in mano la testa della

ANDROMEDA Rappresenta la figlia di Cefeo e Cassiopeia, destinata in sacrificio al mostro marino inviato dal dio Nettuno. La giovane, mentre aspettava la sua triste fine legata ad una roccia, fu improvvisamente salvata dall'arrivo di Perseo che la liberò sconfiggendo poi la terribile belva.

CASSIOPEA Mito di origine greca che impersona l'omonima regina di Etiopia. Questa offese le Nereidi, ninfe del mare e figlie di Nettuno, sfidandole in una gara di bellezza, così che il dio volle punirla per la sua vanità scagliando contro il suo popolo un mostro marino.

CEFEO Marito di Cassiopeia e padre di Andromeda, dopo aver consultato l'oracolo di Ammone decise, per placare l'ira del dio del mare, di offrire in sacrificio al mostro la figlia. Per gli egiziani raffigurava il faraone Cheope.

PEGASO Cavallo alato partorito dalla Medusa che fu donato dal dio Nettuno a Bellerofonte per sconfiggere la Chimera. Quest'ultimo reso raggiante dal successo dell'impresa tentò di raggiungere il monte Olimpo, cosa che gli venne impedita da Zeus che lo fece cadere dal cavallo. L'animale riuscì comunque nell'impresa divenendo uno dei preferiti dal re Zeus.

ERCOLE Figlio di Zeus ed Alcmena, che Era, consorte del re degli dei, tentò di uccidere con un serpente che invece fu strangolato dall'eroe. Grazie alla sua leggendaria forza supera le dodici leggendarie fatiche che lo vedranno sconfiggere, fra gli altri, il Leone, l'Hydra ed il Drago.

DRAGONE I greci lo immaginarono come il drago, guardiano del giardino delle Esperidi, sconfitto da Ercole o come il mostro che Atena prendendolo per la coda scagliò in cielo.

IDRA Altra fatica di Ercole che rappresenta il mostro a sette teste sconfitto dall'eroe greco od anche il serpente punito da Apollo.

LIRA Lo strumento inventato dal dio Ermes e che veniva suonato da Orfeo.

FRECCIA Il dardo che Apollo scagliò contro i Ciclopi per vendicarsi della morte del figlio Esculapio.

ARA Connessa in antichità al Centauro, rappresentava l'altare di questi, o quello del dio Dioniso.

CENTAURO Guerriero mezzo uomo e mezzo cavallo, viene raffigurato con una sua preda, la bestia crudele Lupo.

BALENA Raffigura il mostro marino al quale era stata sacrificata Andromeda.

VIA LATTEA La striscia lattiginosa che taglia il cielo, e che noi sappiamo essere la nostra galassia, per i greci rappresentava del latte perso da Era mentre allattava Ercole che versandosi si sparse nel cielo. Quest'ultimo infatti, era figlio di Zeus ed Alcmena la quale, per paura di ritorsioni da parte della consorte del re degli dei, lo abbandonò subito dopo la nascita. Zeus, che teneva molto al neonato, fece in modo con la complicità di Atena che la moglie stessa lo trovasse fra i campi, la quale inteneritasi prese immediatamente ad allattarlo rendendolo immortale. Vi sono anche altri miti che immaginano la galassia come il percorso celeste che portava al regno dei morti.

IADI Figlie di Atlante erano le sette ninfe che allevarono il dio Dioniso.

PLEIADI Altre sette figlie di Atlante immortalate nel cielo da Zeus per via della loro saggezza e per essere sottratte alle insidie del cacciatore Orione.

 

Ma la più famosa leggenda raffigurata nel  cielo è quella di Andromeda, che collega fra loro ben 6 diverse costellazioni, la storia di una principessa etiope, che però aveva la disgrazia di avere per madre una regina (Cassiopea) che parlava troppo, vantandosi di essere più bella delle Nereidi, le ninfe del mare.   Ciò produsse la collera di Poseidone, che mandò un orribile mostro marino, Ceto  (rappresentato dalla Balena), a devastare le coste d'Etiopia.   Il padre di Andromeda,  re Cefeo,  andò dall'oracolo di Ammone per sapere che cosa doveva fare per allontanare dal paese la calamità. Dopo avergli spiegato il motivo della collera del dio, l'oracolo disse allo sconvolto sovrano che l'unico modo per far finire le devastazioni era sacrificare la figlia al mostro. Andromeda venne perciò incatenata ad uno scoglio, in attesa dell'orrenda fine. Così la trovò Perseo, figlio di Zeus e di Danae figlia del re di Argo Acrisio, in volo da quelle parti con i sandali alati donatigli dalle Ninfe Stigie, di ritorno dall'uccisione della Medusa (dal sangue della testa recisa della Medusa nacque il cavallo alato Pegaso). L’eroe, informatosi di quanto era successo e fattosi promettere in sposa la figlia da Cefeo e Cassiopea se fosse riuscito a liberarli dal mostro, abbatté l'orrenda creatura in una battaglia epica. A malincuore, i re mantennero la promessa, mentre Andromeda, grata e riconoscente, accettò con gioia l'unione con il campione che si era già coperto di gloria in imprese precedenti. Tuttavia, Cassiopea si rimangiò la promessa e, d'accordo con Fineo, zio e precedente fidanzato di Andromeda, complottò contro Perseo. Ma questi, scoperto l'inganno, sgominò i nemici mostrando loro la testa della Gorgone. Dopo il matrimonio, Perseo portò Andromeda in Grecia, dove divenne re di Tirinto. Qui vissero una vita felice, procreando ben 13 figli! Il loro amore fu premiato con l'immortalità dell'infinito, ma anche gli altri personaggi della vicenda subirono la loro stessa sorte a perenne memoria. Il mito e l'infinito un binomio storicamente inscindibile.   Pensate che l'ultima stella scoperta nella nostra galassia, più grande ( 300 volte il sole) e più antica,  è stata nominata R136a1.  Non esiste nella storia, al fuori del mito, qualcosa che abbia reso più belle e più vicine a noi le stelle e la sua antica armonia vola tra di loro perennemente fino all'infinito.

La Verità (complessiva)

Le umane certezze,

le sicurezze,

le convinzioni totali

cedono il passo

e acquistano

i lineamenti

di una visione

parziale,

ingannevole

se guardi

nel profondo

le complessità

e i fili infiniti

che legano

al futuro

le motivazioni passate.

Le ferite profonde,

le delusioni

sofferte,

aprono spazi

più personali

a cognizioni composte,

a verità

contrapposte

sulle vicende

che muovono

lente

i passi

lungo sentieri

ripercorsi

all’infinito

nel tempo.

E allora

tu Nasso,

isola bella

che vivi

nel contrasto perenne

tra il bianco

e l’azzurro,

tu nave vivente,

paradosso più antico

tra l’uguale e il diverso,

che porti la morte

solo per vele

sbagliate,

tu muro infinito

che ha scrutato

a lungo

l’orizzonte marino

in attesa di un segno,

tu abisso finale

da dove i contatti

sono soltanto immagini

proiettate nei sensi,

tu reggia dorata

che esisti ormai

tra la penombra

di un sollievo

riconquistato

e di una paura

recondita,

tu paradiso terrestre

da dove arrivano

sguardi distaccati

e confusi

tra nettare e ambrosia,

siete soltanto

le scene di un tutto

che parlano al cuore

da punti diversi,

per arrivare alla sola

ed unica

verità complessiva

La mitologia greca, nel linguaggio simbolico degli dei, delle dee e di esseri “speciali”, ci parla di alcune delle verità che l'uomo deve capire per poter riportare l’equilibrio nella sua vita ed accogliere le sfide con le quali si deve confrontare. Ma queste verità sono una realtà molto complessa e articolata in tante parzialità per quanti sono i personaggi coinvolti nel mito. E' per questo che la verità raccontata nel mito pone un quesito che viaggia nel tempo assieme al racconto. Esiste la verità assoluta? Questa domanda si pongono, da secoli, gli uomini che ricercano i motivi dei tanti fallimenti motivazionali, dei rapidi cambiamenti di opinione, dei radicali stravolgimenti delle posizioni, osservabili nelle dinamiche interumane. Personalmente sono convinto che il concetto di verità assoluta non sia valido nemmeno per il mondo fisico, per cui non si può prevedere una immutabilità frutto di assiomi consolidati infiniti, né prescindere dal fatto che le analisi sono condotte dalla mente umana, che inevitabilmente rapporta tutto alla sua stessa realtà. La morte ne è l’esempio più lampante. La sua ineluttabilità è un assioma solo per l’uomo che la razionalizza, ma, certamente, non lo è per la materia, che si compone e si scompone in maniera continua e che esiste a prescindere dall’uomo. Ma dove il concetto è assolutamente fuorviante è nel campo della relazionalità e dei rapporti che si instaurano tra le persone. Spesso siamo portati, nella vita, a valutare comportamenti, a esprimere giudizi su contrasti e conflitti, a dare pareri su vicende che ci toccano personalmente o professionalmente. Bisogna sempre ricordare che ogni rapporto interumano che si instaura è, a sua volta, proveniente da una grande quantità di altri rapporti che lo condizionano e lo indirizzano su piani spesso impensabili ed imprevedibili. Ebbene, è tipico di una certa superficialità, uno sbilanciamento esplicativo frutto di analisi parziali, affrettate, che non prendono mai in considerazione tutti gli aspetti che connotano una vicenda, tutti i punti di vista e le motivazioni. Il giudizio finale che ci facciamo o che esprimiamo è molto più vicino all’inganno assoluto che non alla verità. Come è esperienza comune, quindi, i giudizi cambiano rapidamente, lasciando delle dolorose conseguenze sia in chi ne è oggetto sia allo stesso giudicante, che vive l’assoluta precarietà del suo ambito razionale come una insufficienza intellettiva, come una diminuzione dell’autostima. I giudizi affrettati e parziali nuocciono anche a chi li esprime. Il mito di Arianna mette in luce questa contraddizione tipicamente umana, perché è la storia stessa che si presta,in maniera indicativa, allo scopo. Ad una prima e sommaria lettura del mito, sembrerebbe che Arianna sia servita a Teseo, il quale, facendola innamorare di sé, ha sfruttato il suo aiuto per compiere la missione di eliminare il Minotauro, fratello di Arianna stessa. La storia termina con il colpevole abbandono della donna sull’isola di Naxos. Ma sarà poi un abbandono vero? Quali sono i motivi che possono aver portato al distacco di Teseo e di Arianna? Chi o che cosa è la causa di tutto? E sarà poi una fine? Che ruolo ha in tutto questo Dioniso? Non potrebbe essere forse una sua macchinazione per avere Arianna? Non possiamo dimenticare che in seguito Teseo ha sposato, Fedra, la sorella di Arianna. E stato forse un compensare una perdita o riparare un senso di colpa? O forse addirittura una punizione divina  vista la tragica vicenda di Fedra con Ippolito, il figlio nato dal precedente matrimonio di Teseo con Ippolita ( regina delle amazzoni). Complicate e confuse sono poi anche le vicende degli altri personaggi di questo mito. La realtà conclusiva è che non si possono esprimere valutazioni o giudizi se non si è analizzato, a fondo, tutte le verità parziali che compongono una vicenda, se non si sono esaminati tutti i punti di vista. La somma di tutte le verità parziali è la verità complessiva che, in ultima analisi, è quella che più si avvicina alla verità.   Il mito costituisce, in tale assioma, un esempio letterario tuttora non superato.

Conclusioni

Per molti razionalisti moderni, i miti non sono che un sinonimo di frutto della fantasia umana.  “È soltanto un mito”, dice la gente, intendendo che probabilmente non contiene alcuna verità. Ma in India, dove si capiscono meglio racconti simili, si afferma che “il mito rappresenta il maggior avvicinamento alla verità assoluta che sia esprimibile in parole”.    In termini occidentali, uno dei fattori di fondo che possono aver contribuito a costruire il desiderio dell'uomo di dominare la natura (anziché vivere in armonia con essa) è la citazione del Libro della Genesi “Prolificate, moltiplicatevi e riempite il mondo, assoggettatelo e dominate sopra i pesci del mare e su tutti gli uccelli del cielo e sopra tutti gli animali che si muovono sopra la terra”.   Pare ovvio che una interpretazione eccessivamente letterale  del brano dell’Antico Testamento ha trasmesso all’uomo occidentale un atteggiamento prevaricante e dominatore nei confronti del Creato, ed ha contribuito a formare la convinzione che il Mondo Naturale sia interamente a disposizione dell’uomo.    Una falsa verità che invece non troviamo esposta in nessun mito dell’antichità!    Oggi, almeno in parte, ci stiamo rendendo conto della necessità di correggere la nostra prospettiva su alcuni miti moderni, quali le teorie economiche affermate e su ciò che s’intende per progresso.     Probabilmente dobbiamo dare spazio a quell’elemento inconscio della nostra vita che è stato spodestato dalla marcia del razionalismo, un processo che ha portato ad una crescente incomprensione ed alla prevaricazione sugli altri ( siano essi uomini, animali o vegetali).    Queste correzioni non saranno facili, ma per far fronte alle future sfide globali dobbiamo associare, alla capacità tecnologica, una inversione di marcia sulla diffusione delle verità dominanti (facili e scontate),  e delle profonde variazioni nelle nostre capacità relazionali, nella sfera dei sentimenti.     Dobbiamo quindi recuperare le conoscenze forniteci dal mito, assai poco legate al puro razionalismo, e gli insegnamenti che hanno permesso all'uomo di progredire e plasmare la sua coscienza.    Riconoscere, alfine, che la mitologia è portatrice di eterne ed infinite verità.

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